Ricordo di Luigi Covatta

E' una perdita che lascia davvero addolorati, quella di Luigi Covatta. Di lui non si puo' non ricordare immediatamente il rigore culturale e la coerenza con i valori della militanza, prima nel movimento aclista con Livio Labor, poi nel partito socialista.

Lo ricordo nelle Acli ed a fianco di Labor come uno dei giovani dirigenti cattolici piu' determinati nelle battaglie ideali e culturali del Movimento, dalla rivendicazione della fine del collateralismo con la Dc alla grande battaglia per l'unità' sindacale.

Nel PSI ed in Parlamento si è distinto per la sua preparazione ed è stato nella sinistra di quel tempo, stimato e rispettato. Un socialista che ha sempre difeso con efficacia rara i valori della sua testimonianza politica.

Luigi ha anche il merito di aver salvato la rivista “Mondo Operaio” da una inevitabile fine con la diaspora socialista. E con quella rivista è riuscito a dare voce ad una cultura socialista che comunque aveva resistito ed era in grado ancora di proporre considerazioni ed idee utili per il futuro. Aveva un carattere schivo, non facile, ma sapeva con la sua ironia e la sua pacatezza nella discussione far sentire la sua amicizia e la sua vicinanza.

Con Gennaro Acquaviva ha impedito per la sua parte una ingiusta eclisse di un patrimonio importante per la sinistra italiana quale è stato il riformismo socialista. Lo ha fatto con acume e con intelligenza polemica, ben superiori alla mediocrità' ed alla arroganza che si trova oggi nel confronto politico.

Ci mancherà anche perché il suo ricordo non possiamo che associarlo al ruolo incisivo assolto in stagioni della vita sociale e politica improntate ad una grande voglia di cambiare, di migliorare, di conquistare una società più civile e giusta.    

                                 [articolo a cura di Giorgio Benvenuto pubblicato sull’  “Avanti-Online” ]    

                                                                                                                                               [ pubblicato da Administrator ]

24 Marzo 1943 - 24 Marzo 2021... Storia di un eccidio

                                                               

 

                 

                                           

 

 

   Fosse Ardeatine, da 77 anni i morti parlano

                

di  SALVATORE RONDELLO                                              (pubblicato sul numero dell’Avanti del 24 marzo 2021)

 L’Eccidio del 24 marzo del 1944, per la sua efferatezza e l’alto numero di vittime divenne subito, per il Nostro Paese, il martirio-simbolo della spietatezza dell’occupazione nazista a Roma e del prezzo pagato dalla lotta partigiana.
Furono 335 uomini, nati in tutte le regioni d’Italia, di età compresa tra i 15 e i 74 anni, trucidati dalle truppe tedesche di occupazione nel pomeriggio del 24 Marzo dell’anno 1944. Il luogo prescelto per il massacro fu individuato nelle antiche cave di pozzolana nei pressi della via Ardeatina a Roma.
L’eccidio delle Fosse Ardeatine fu e rimane una delle pagine più buie della storia d’Italia e dell’intero secondo conflitto mondiale
La rappresaglia era stata ordinata dagli alti vertici tedeschi in risposta all’attentato dinamitardo di via Rasella avvenuto alle 15.50 del 23 Marzo 1944 per iniziativa dei partigiani dei Gruppi romani di Azione Patriottica (GAP). Nell’azione morirono 33 soldati del Polizeiregiment “Bozen” di ritorno alla loro caserma e due cittadini italiani. Per molti anni il “Bozen” è stato ritenuto erroneamente un reparto operativo delle SS formato da volontari. In realtà si trattava di una forza di riservisti e di coscritti altoatesini impiegata in compiti di gendarmeria.
L’unità non eccelleva né per l’addestramento né per lo spirito combattivo degli uomini, molti dei quali erano in età piuttosto avanzata. Evidentemente furono queste le ragioni per cui il “Bozen” fu esentato dal partecipare alla rappresaglia.
Sottoposta pro forma alla sovranità della Repubblica Sociale Italiana, Roma, pur mantenendo lo status di “città aperta” in seguito all’armistizio di Cassibile, era di fatto sotto il giogo dei comandi germanici. E furono proprio questi, dopo frenetiche discussioni, a decidere l’attuazione della terribile rappresaglia.
Il generale Kurt Mälzer, comandante militare della piazza di Roma, intendeva radere al suolo l’intero quartiere intorno a via Rasella, uccidendone tutti gli abitanti. La sua ira fu calmata a stento dal colonnello delle SS Eugen Dollmann e da Eitel Friedric Moellhausen, console generale del Reich. Il generale August von Mackensen, comandante della testa di ponte di Anzio e diretto superiore di Mälzer, raccolse l’ordine diretto, (per fortuna mai reso ufficiale), di Hitler di fucilare 50 italiani e deportarne 1000 per ogni tedesco ucciso.
Il militare ritenne esagerata la proporzione e ne parlò con il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante supremo delle forze d’occupazione in Italia. Fu deliberato, dopo consultazione telefonica con il generale Alfred Jodl di procedere con la fucilazione di 10 italiani per ogni soldato tedesco caduto nell’attentato.
Le vittime della rappresaglia sarebbero state scelte tra i prigionieri già condannati a morte o all’ergastolo, con l’esclusione delle donne. Il capo della Gestapo di Roma, Herbert Kappler  fu incaricato del rastrellamento di ben  330  Todeskandidaten (persone da eliminare). Questi era un ufficiale delle SS che nell’Urbe si era già macchiato delle peggiori azioni persecutorie.
Fu lui ad arrestare la principessa Mafalda di Savoia, morta in prigionia nell’agosto del 1944. Kappler si adoperò con certosino impegno nella ricerca dei morituri, svuotando le carceri romane e ottenendo il permesso di includere nell’elenco tutti gli ebrei in attesa di essere deportati nei campi di concentramento.
Nel compilare le liste si avvalse dell’operato di Pietro Caruso, questore di Roma. Furono scelti tra i detenuti in via Tasso, a Regina Coeli ed in altri luoghi come la Pensione d’Oltremare.
Le fucilazioni iniziarono alle 15.30 del 24 Marzo. I prigionieri vennero condotti in gruppi di cinque all’interno delle cave scelte per l’eccidio, ubicate tra le catacombe di san Callisto e quelle di santa Domitilla. In un labirinto di gallerie, alla luce delle torce elettriche, la carneficina andò avanti per tutta la notte.
Si formarono pile di corpi. Diversi ufficiali e soldati tedeschi, sconvolti, furono allontanati a forza dal luogo. A spuntare la lista dei condannati c’era il sottufficiale Erich Priebke. Egli si accorse della presenza di cinque ostaggi in più rispetto al numero che andava sacrificato. Furono eliminati anche questi, quali testimoni diretti dell’eccidio. Al termine della procedura, i soldati del genio fecero esplodere gli ingressi delle gallerie.
Finita la guerra, nel luogo del massacro fu realizzato il sacrario: “Questo tempio del sacrificio promosso dall’Anfim, realizzato e inaugurato il 24 marzo 1949 da Umberto Tupini, ministro dei LL.PP. E’ sacrario dei martiri ardeatini, mausoleo nazionale di tutti i caduti nella lotta di liberazione per dare libertà e indipendenza alla Patria”. Un gruppo scultoreo giganteggia all’interno del Mausoleo delle Fosse Ardeatine a ricordare per sempre il sacrificio dei 335 martiri della furia nazista. Questi uomini, vittime innocenti di un nemico crudele e senza pietà, hanno scritto, loro malgrado, una pagina di Storia indelebile nella memoria italiana.
Per quanto riguarda gli esecutori della strage delle Fosse Ardeatine, vale la pena ricordare la sorte di alcuni di loro. Herbert Kappler fu condannato all’ergastolo dalle autorità italiane. Nel 1977 evase con l’aiuto della moglie dall’ospedale militare del Celio dove era stato ricoverato per l’insorgenza di un tumore inguaribile. Morì in Germania un anno dopo.
Il capitano delle SS Erich Priebke dopo una lunga latitanza in Argentina, venne estradato in Italia nel 1995. Condannato all’ergastolo, morì a Roma nel 2013 mentre era agli arresti domiciliari.
Albert Kesselring fu condannato a morte dalla Corte militare britannica nel 1947 per crimini di guerra e per aver ordinato, da massima autorità tedesca in Italia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine. La sentenza fu tuttavia commutata nel carcere a vita. Infine nel 1952 l’ex feldmaresciallo fu libero di tornare in Germania. Morì nel 1960 di attacco cardiaco non prima di dichiarare di aver agito sempre da soldato, non rimproverandosi nulla. Aggiunse inoltre che gli italiani avrebbero dovuto dedicargli un monumento per il suo impegno nella salvaguardia, in tempo di guerra, delle città d’arte.
Facendo crollare con il brillare delle mine le volte delle caverne di pozzolana sui resti dei trucidati, le S. S. cedettero di aver riempito per sempre la loro bocca di terra affinché non parlassero. Dai loro Sacelli nella vasta Tomba delle Ardeatine quei Morti gloriosi Vi parlano. Si rivolgono a Voi, che Vi incamminate per il sentiero della vita, non già per rinnovare odi e divisioni ma per ricordarVi che Essi morirono per l’Italia, per un’Italia per sempre libera da dittature, violenza e guerre.
Nel buio dell’antro, illuminato dal bagliore di torcie sinistre, perirono cattolici ed ebrei, credenti ed atei, massoni e preti, carabinieri e comunisti, democristiani e liberali, repubblicani e monarchici, socialisti e azionisti, ufficiali e soldati d’ogni arma, vecchi e ragazzi, espressioni dei più diversi ceti sociali. In quell’inferno si levò benedicente la mano d’un sacerdote condannato a morte per gli altri. Questo dicono i Morti delle Ardeatine: in quell’attimo orrendo noi conoscemmo una indistruttibile unità resa sacra dalla maestà della morte.
Ma dicono anche che se non ci fosse stato l’attentato gappista a via Rasella, non ci sarebbe stato nemmeno l’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Quei morti chiedono ancora una giustizia che non c’è stata, ma turbano ancora le coscienze di chi ha nascosto verità. Senza quella tragedia, la libertà si sarebbe conquistata lo stesso.
Quest’anno, come l’anno scorso, per le misure di lotta alla pandemia da Covid-19, non mi sarà possibile partecipare come ho fatto negli altri anni assieme ai rappresentanti di tutte le Associazioni Partigiane ed alle più alte cariche dello Stato. Seguirò la commemorazione da casa attraverso le trasmissioni televisive, mentre su Facebook, oggi alle 12:15, sul sito dell’Anfim, Marco Trasciani, Valeria Fusco e Giorgia pronipote del martire Gastone de Nicolò faranno il consueto appello delle vittime dell’eccidio.

                                  Salvatore Rondello

                              [ Presidente del Circolo “Giustizia e Libertà” di Roma ]                                       [pubblicato da Administrator]

 

l’8 Marzo... ovvero La Resistenza dimenticata delle Donne

   Analizzando gli eventi umani si ha la forte sensazione confermata, poi, dalla realtà che la nostra società sia unicamente costituita e costruita sull’elemento maschile all’interno del quale, molto defilato, ma sempre e comunque presente, vi sia, quasi per una fortunata combinazione di circostanze, anche quello femminile.

  Dalle Istituzioni, via via, per finire alle attività ed ai lavori più o meno impegnativi tutto è incentrato sulla figura maschile che lascia a quella femminile un posto ed un ruolo poco più che marginali: eppure l’amministrare, il governare, l’educare, il costruire sono tutte attività che in genere, senza l’elemento femminile capace di conservare, accudire e formare, manifestano e generano un potere sterile e privo di contenuto.

  Da questa primaria sensazione si giunge così all’evidente certezza che l’uomo, il più delle volte, abbia volutamente ignorato il ruolo e la posizione fondamentale che la donna ricopre nella società: posizione che viene riconsiderata solo e allorquando ella diviene generatrice di figli.

  Da tutto ciò emerge un quadro non troppo lusinghiero che sembra dimentichi troppo spesso che proprio grazie alla cosiddetta “irrazionalità” femminile, come viene definita da qualche detrattore siano stati risolti problemi di natura sociale e politica anche di grande rilievo.

  Infatti senza la fondamentale componente femminile non sarebbe stato, poi, possibile concludere vittoriosamente la Guerra di Liberazione dall’oppressione Nazi-Fascista: tuttavia il loro ricordo è entrato solo recentemente nella storia ufficiale della resistenza italiana.

“Dopo la fine della guerra, direi a partire dal 1948, c’è stato una specie di silenzio generale sulla resistenza femminile…”, afferma la storica Simona Lunadei, autrice di molti testi sull’argomento tra cui “Storia e memoria”.  “…Questo perché si cercò di normalizzare il ruolo delle donne, che proprio durante la guerra avevano sperimentato un’emancipazione di fatto dai ruoli tradizionali”.

La storia "politica" ha sempre privilegiato, di fatto, gli uomini dando loro i più grandi meriti, senza tenere troppo in considerazione quello che è stato il ruolo delle donne nella Seconda Guerra mondiale: In Italia solo verso la fine degli anni ‘70 si è diffusa finalmente una storia di genere che ha fornito nuove interpretazioni sulla Lotta di Liberazione, infatti non si deve nascondere che, per decenni, a livello storiografico ed istituzionale l’apporto delle donne alla Resistenza non è stato mai adeguatamente riconosciuto, rimanendo relegato ad un ruolo secondario, che scontava sul “campo” una visione in cui anche la Lotta di Liberazione veniva recitata al «maschile».

 Infine c’è da rimarcare che i dati ufficiali della partecipazione femminile alla Resistenza hanno scontato criteri di riconoscimento e di premiazioni puramente militari, non prendendo in considerazione i "modi diversi", ma non per questo meno importanti, con cui le donne parteciparono ad essa.

                                                                     [ Walter Spinetti ]

 

UNA RIFLESSIONE SUL “GIORNO DELLA MEMORIA”

UNA RIFLESSIONE SUL “GIORNO DELLA MEMORIA” 

 

 

Il “Giorno della Memoria”, che ricorre il 27 gennaio (giorno in cui è stato liberato nel 1945 dai soldati sovietici il Campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau) è stato istituito in Italia con la L.20/07/2000 n. 211, approvata all’unanimità dal Parlamento.

   Lo scopo della Legge è quello di ricordare non solo la Shoah(lo sterminio di 6 milioni di ebrei europei da parte dei nazisti) e la persecuzione  dei cittadini italiani ebrei, dopo l’emanazione delle Leggi Razzialida parte del regime fascista nel 1938, e la loro deportazione dei Campi di sterminio, ma anche la deportazione in Germania, sia degli oppositori politici catturati durante l’occupazione nazista del nostro Paese, dal settembre 1943 all’aprile 1945, sia dei soldati italianicatturati sui vari fronti di guerra dopo l’armistizio dell'8 settembre 1943.

   La Legge si propone inoltre di ricordare <<coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati>>. Molte di queste persone sono state riconosciute come “Giusti tra le Nazioni” dal Governo di Israele ed a loro memoria è dedicato un albero nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme, nel quale sono ricordati circa 20.000 Giusti, 300 dei quali sonio italiani.

    La Legge prevede che il 27 gennaio di ogni anno siano organizzati su quanto è accaduto <<cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado>>(anche con protagonisti e testimoni di quelle tragiche vicende),perché i giovani sono il futuro del Paese, allo scopo di <<conservare la memoria  di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese ed in Europa, affinché simili eventi non possano mai più accadere>>. Infatti, chi non conosce la storia è inevitabilmente destinato a ripeterla.

    L’esigenza di conservare la memoria è molto sentita ai nostri giorni, dato che cresce l’indifferenza della popolazione, soprattutto delle nuove generazioni, a ricordare quei tragici fatti. Purtroppo, ci sono anche tentativi di revisionismo storico, tendenti a negare addirittura fatti ampiamente documentati, come la deportazione nei Campi di sterminio, dove sono stati barbaramente trucidati molti milioni di persone.

     Le Istituzioni nazionali e locali hanno un importante ruolo da svolgere nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, soprattutto dei giovani. Al riguardo, è molto meritevole l’attività svolta da vari Enti locali che, compreso il Comune di Roma,  conducono ad Auschwitz delegazioni di studenti delle scuole superiori cittadine, accompagnati da ex deportati sopravvissuti allo sterminio, i quali hanno la funzione di fare di quegli studenti dei “nuovi testimoni” della barbarie nazista, raccontando ad essi la loro tragica  vicenda  proprio nel luogo in cui l’hanno  vissuta e sofferta.

     Inoltre le Istituzioni devono agire concretamente al fine di sensibilizzare soprattutto i giovani, che rappresentano il futuro del Paese, a ricordare le tragedie vissute  da tutte le vittime  del regime nazista, affinché essi si impegnino a creare  una società senza pregiudizi di alcun tipo (né culturali, né religiosi, né politici, né sessuali, né sociali…), nella quale tutti gli  individui  siano effettivamente “uguali”  e  quindi  non ci siano più persone da discriminare e da perseguitare perché considerate “diverse” per il colore della pelle, per il credo religioso e per la vita sessuale. Purtroppo, questo obiettivo è ancora lontano perché il pregiudizio verso i “diversi” quali gli immigrati extracomunitari, i Rom, gli omosessuali, i diversamente abili, è ancora presente, con tutte le conseguenze che ne derivano.

      Pertanto si devono ricordare oltre alla Shoah (il genocidio degli ebrei), anche   gli stermini dimenticati”, attuati dai nazisti sulle persone considerate “razzialmente inferiori”, quali i Rom-Sinti, sulle persone ritenute “indegne di vivere”, come i malati di mente ed i diversamente abili, e sugli individui considerati elementi negativi per la Società come gli omosessuali.

      A questo scopo è opportuna la integrazione della Legge n.211 del 2000 in modo da prevedere che nel Giorno della Memoria si ricordi anche la eliminazione dei Rom e Sinti e dei disabili, la persecuzione degli omosessuali e dei testimoni di Geova. Al riguardo, già nel giugno 2006 è stato presentato al Senato il Disegno di Legge n. 726 (primo firmatario la Sen. Tiziana Valpiana) che è stato ripresentato nell'aprile 2014 dal Sen. Cervellini ed il 12 febbraio 2019, con il n. 1058, dalle Senatrici Loredana De Petris e Monica Cirinnà. Inoltre una Circolare del gennaio 2020 del MIUR (Ministero della Istruzione, della Università e della Ricerca) ha previsto che in occasione del Giorno della Memoria, nelle Scuole di ogni ordine e grado, si informino gli studenti anche sulla persecuzione e la eliminazione dei Rom e Sinti e dei disabili e sulla persecuzione degli omosessuali e dei testimoni di Geova, al fine di superare << quelle forme di razzismo che ancora oggi vedono quei gruppi sociali  vittime di pregiudizi  e di discriminazioni >>.

     Inoltre, il 12 gennaio 2020 è stata sottoscritta a Cracovia una Carta d'intenti (denominata Carta di Cracovia) tra il MIUR, il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), l'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e l'UNAR (Ufficio  Nazionale Antidiscriminazioni Razziali),  con la quale i suddetti Enti <<si impegnano a promuovere un programma pluriennale di attività in merito alla Memoria dei tragici avvenimenti legati alla Shoah, al ricordo di tutte le vittime delle persecuzioni razziali e discriminatorie  e di chi si oppose al progetto di sterminio nazi-fascista (Ebrei, deportati militari, oppositori politici, Rom e Sinti, Giusti tra le Nazioni, Testimoni di Geova, omosessuali)>>. Purtroppo, la Carta di Cracovia non prevededi ricordare la eliminazione dei disabili, considerati “vite indegne di essere vissute”. 

     Infine, il Giorno della Memoria non deve diventare una mera celebrazione retorica (come purtroppo è accaduto per la Festa della Liberazione del 25 aprile, in cui si ricorda la lotta partigiana per la libertà dall’occupazione nazifascista del Paese). Deve essere non solo un momento per ricordare soprattutto ai giovani quello che è stata la barbarie nazista, ma deve servire, soprattutto, ad evitare che, attraverso un adeguato progetto educativo, simili eventi accadano di nuovo. Ci auguriamo che le Istituzioni ad ogni livello si impegnino a questo scopo.

                                                                                                            a cura di Giorgio Giannini

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In ricordo di Nedo Fiano

«Colui che dimentica diventa complice degli assassini: una società come la nostra non deve trascurare il dolore e dimenticare il passato » è uno degli eloquenti ammonimenti che Nedo Fiano ha usato per metterci in guardia dal pericolo di ricomparsa del fascismo e delle sue logiche violente e assassine.

Nedo Fiano, tra gli ultimi sopravvissuti di Auschwitz, ci ha lasciati all’età di 95 anni in quella che era diventata la sua seconda patria: Milano.

Per quarant’anni, instancabile, ha fatto dell’antifascismo una pratica quotidiana, ammonendo le giovani generazioni sui pericoli del bestiale rigurgito al quale ha sempre anteposto, con tenacia, la fiamma viva della memoria.

Ha raccontato ovunque la sua esperienza maturata nell’ultimo periodo, quello più terribile, coincidente con la vergognosa “soluzione finale”, lo sterminio sistematico della popolazione ebraica.

Nedo Fiano fu deportato il 16 maggio 1944 e trascorse quasi un anno nei lager, prima ad Auschwitz dove trovarono la morte tutti i suoi famigliari e, negli ultimi giorni, a Buchenwald dove era stato trasferito dai nazisti in fuga.

Il circolo “Giustizia e Libertà” di Roma si stringe ai suoi famigliari con l’impegno di proseguire la battaglia di Nedo Fiano per tener viva la memoria della Shoah anche in sostegno alla proposta di legge intestata ad Emanuele, figlio di Nedo, che introduce il nuovo reato di propaganda del regime fascista e nazista. La legge, composta da un solo articolo, già approvata in prima lettura dalla Camera dei Deputati della precedente legislatura, resta ancora impigliata nelle maglie procedurali del Parlamento.

Il modo migliore per proseguire una battaglia non ancora vinta, nella convinzione che Giustizia e Libertà possano essere sostantivi di piena attuazione solo dopo aver debellato il male del fascismo che ancora striscia subdolo nelle pieghe recondite della società italiana, insinuandosi laddove la memoria è cancellata, laddove la cultura non riesce a sopraffare l’ignoranza.

 

                                                                            (Enzo Di Brango)

 

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SANTINO SERRANO’ PARTIGIANO SICILIANO

Il 6 agosto 2020 è morto a Catania Santino Serranò, all’età di 97 anni, l’ultimo partigiano vivente dei tanti siciliani che parteciparono alla Lotta di Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. L’ANPI Sicilia lo ricorda come “una figura integerrima che ha contribuito a liberare l’Italia, martoriata e disonorata dalle atrocità fasciste” esprimendo “condoglianze alla famiglia, e solidarietà all’ANPI di Catania”.

Nato a Siracusa il 23 aprile del 1923, residente da tanti anni nel capoluogo etneo, all’atto dell’armistizio del’8 settembre era militare nella Marina in Liguria, nel presidio di La Spezia. Successivamente, dopo un breve periodo di rifugio a Vezzano Ligure, si aggregò alle formazioni partigiane operative in Liguria. Per lungo tempo fece parte della Brigata Lunigiana di “Giustizia e Libertà”, comandata da Amelio Guerrieri, nel battaglione  ”Antonio Cintoli”  operativo nella IV^ zona.

 Santino Serranò partecipò alla battaglia del Monte Gottero, uno degli episodi più rilevanti della Lotta di Liberazione nella provincia di La Spezia.

Il 20 gennaio 1945 da parte di 20.000 nazifascisti iniziò un grande rastrellamento contro le formazioni partigiane, composte da oltre 2.500 unità, che si trovavano nell’area della IV^ Zona. La battaglia e le operazioni di sganciamento durarono per molti giorni. Grandissime le difficoltà e le perdite della formazione di  ”Giustizia e Libertà”.

Serranò, dopo lunghe peripezie vissute con il suo battaglione, in una zona totalmente ricoperta dalla neve, martoriato dal freddo intenso, riuscì a salvatasi dall’accerchiamento nazifascista.

La Colonna Giustizia e Libertà fu la più numerosa tra le formazioni partigiane, diretta emanazione del Partito d’Azione, apparve a La Spezia dopo il 25 luglio 1943.

Le radici della sua storia si trovano a Val di Termini e a Torpiana di Zignago tra il dicembre 1943 e il febbraio 1944; la formazione nacque, in parte sotto la spinta di alcuni rappresentanti del Partito d’Azione, tra i quali il genovese Giulio Bertonelli, in parte con il decisivo apporto di elementi locali, quali il gruppo di uomini raccolti attorno alla figura di Vero Del Carpio (Boia); la sua “banda” accoglierà anche gli uomini del vezzanese Gruppo Bottari.

Torpiana fu anche la prima sede del Comando Militare del C.L.N.P. spezzino, già sotto il coordinamento di Mario Fontana.

La Colonna “Giustizia e Libertà” fu dislocata nelle zone di Zeri, Rossano, Sesta Godano, Rocchetta e Calice e operò, in una prima fase, col nome di Brigata d’Assalto Lunigiana (ufficialmente dal marzo ’44). Il suo comandante fu Vero del Carpio (Boia). Il Comando fu situato sul Monte Picchiara, almeno fino al rastrellamento del 3 agosto. Il Monte Picchiara fu inoltre sede del campo base ove atterravano i materiali lanciati dagli alleati.

Dopo il rastrellamento del 3 agosto ’44 la Colonna fu divisa in 6 compagnie che formano due battaglioni. Il primo, il Val di Vara, sotto il coordinamento di Daniele Bucchioni (Dany), il secondo, lo Zignago, agli ordini di Ermanno Gindoli.
Vero Del Carpio fu il comandante della Colonna fino al momento in cui, passate le linee nel novembre ’44, si recò nell’Italia liberata, a Firenze, continuando la sua opera in favore della Resistenza. Lorenzino Tornabuoni (Cino, Otello) ereditò il ruolo di Del Carpio nella formazione.

Negli ultimi anni, Santino Sorgonà è stato presidente onorario dell’ANPI di Catania, partecipando sempre, con grande entusiasmo, vigore e lucidità, alle iniziative in memoria delle lotte partigiane e nella ricorrenza del 25 Aprile, Giornata della Liberazione.

Santino Serranò rappresenta anche un’importante testimonianza storica a dimostrazione che la lotta partigiana di Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo fu una lotta di tutti gli italiani, inclusi i numerosi meridionali che diedero un notevole contributo con la Loro partecipazione.

Roma, 08 agosto 2020

                                                                                             [ Salvatore Rondello ]

Si ringrazia Gianluca Mangano, socio di questo Circolo per aver segnalato la scomparsa del partigiano Santino Serranò, commemorato anche sulle pagine del giornale “La Sicilia”.

                                                               [ pubblicato a cura di Administrator ]

ID falsi - le libertà vengono in diverse forme e sapori

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