COMUNICATO STAMPA (seguirà aggiornamento)

     Le Associazioni della Resistenza, Anpi, Anppia e Fiap di Roma, esprimono forte preoccupazione per la manifestazione prevista per sabato 28 febbraio 2015, a Roma in piazza del Popolo, promossa dalla Lega Nord con l'inquietante partecipazione di Casa Pound.                                     

 Roma citta' Medaglia d'Oro per la Resistenza e' stata gia' sufficientemente offesa in questi anni da personaggi come Salvini che, oggi,si unisce alla destra nostalgica, cercando consensi nel diffuso disagio sociale.

Comunichiamo la nostra adesione alla protesta che si snodera' con un corteo per le strade di Roma nella stessa giornata per riaffermare la cultura democratica e antifascista della nostra città.

In un prossimo comunicato verranno indicati luogo ed ora del corteo e della manifestazione di protesta di cui sopra.

 

Guido Albertelli              Presidente  ANPPIA  Nazionale

Ernesto Nassi                 Presidente  ANPI  Roma                                                       

Vittorio Cimiotta             Presidente   FIAP  Roma

                                                                                                                                          Roma 25 febbraio 2015

Uomini del Libero Pensiero

                      

                         Il prossimo 17 febbraio verrà ricordato, come ogni anno nella piazza romana di Campo dè Fiori, intorno alle ore 16:00, l’anniversario della morte di Giordano Bruno bruciato sul rogo dell’ignoranza e del dogmatismo: un rivoluzionario della filosofia rinascimentale e un precursore del pensiero moderno.

                        Giordano Bruno fu uno spirito critico e insofferente verso qualsiasi forma di dogmatismo che sacrificò la propria vita allo studio, alla ricerca e alla difesa del libero pensiero.

                        Egli preferì terminare la propria vita in modo coerente piuttosto che rinnegare i suoi ideali e condurre una vita che avrebbe perso di significato. 

 " …Ho lottato, é molto: credetti poter vincere ( ma alle membra venne negata la forza dell'animo ), e la sorte e la natura repressero lo studio e gli sforzi. E' già qualcosa l'essersi cimentati; giacchè vincere vedo che é nelle mani del fato. Per quel che mi riguarda ho fatto il possibile, che nessuna delle generazioni venture mi negherà; quel che un vincitore poteva metterci di suo: non aver temuto la morte, non aver ceduto con fermo viso a nessun simile, aver preferito una morte animosa a un'imbelle vita . " 

               E’ necessario mantenere vivo il ricordo degli uomini che difesero in ogni epoca il libero pensiero poiché ogni forma di autoritarismo che lo neghi e lo perseguiti non fa nient’ altro che generare, nel buio delle menti, i mostri dell’intolleranza, della diseguaglianza e dell’ignoranza.

                                                                                                                                                        [ Walter Spinetti ]

 

 

 

 

La Libertà negata

LA  REPUBBLICA  ROMANA  DEL  1849

 

LA  CRISI    POLITICA  DELLO STATO  PONTIFICIO

Pio  IX (il  Cardinale  Giovanni  Mastai  Ferretti, Vescovo  di  Imola, eletto  Papa  16 giugno 1846) per  cercare  di  tenere  sotto  controllo  il  malcontento  popolare, nel settembre 1848 incarica di formare un nuovo Governo Pellegrino Rossi, che aveva fama di progressista. Però anche questo Governo diventa ben presto impopolare ed il  15  novembre,  mentre  si  reca  in  Parlamento ( che aveva sede nel Palazzo della Cancelleria, vicino a  Campo de’ Fiori) Rossi  è  ucciso  a  pugnalate  da  un’estremista.

Il  Papa cerca di costituire un nuovo Governo, senza riuscirci.

Intanto, una delegazione del Circolo Popolare ( una Associazione  politica di  tendenze liberali)  avanza alcune richieste al Papa ( tra cui la convocazione di una Assemblea Costituente, la ripresa della guerra contro l’Austria..).

La  notte  tra il  24 ed il 25 novembre, Pio IX,  temendo  per la  sua  incolumità, abbandona  Roma, vestito da prete, e si rifugia  nella  fortezza di Gaeta, ospite  del  Re  di  Napoli, Ferdinando  II.

L’ELEZIONE DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE

Il  20 dicembre 1848, la  Giunta di Stato  annuncia l’elezione di un’Assemblea Costituente ed il 28  dicembre  scioglie  le  due  Camere.

Il 29 dicembre 1848, si costituisce  in Commissione  Provvisoria  di  Governo per guidare lo Stato “fino alla convocazione dell’Assemblea  Costituente”, di cui è indetta l’elezione per il 21 gennaio 1849, a suffragio universale maschile .

Il primo gennaio 1849, il Papa emana un Motu proprio con il quale  condanna  la convocazione dell’Assemblea Costituente e commina la scomunica a coloro che avessero partecipato alla consultazione elettorale.

Alle elezioni  del  21 gennaio 1849 partecipano  circa  250.000  cittadini.  E’ la prima consultazione popolare di massa effettuata in Italia, ed è un grande successo considerata la scomunica papale per gli elettori.

Sono  eletti  179  Rappresentanti  del  popolo : uno di questi è  Giuseppe  Garibaldi, eletto  a  Macerata.

LA  PROCLAMAZIONE DELLA REPUBBLICA  ROMANA

L’Assemblea   Costituente, apre i  lavori  il 5  febbraio 1849 nel  Palazzo  della  Cancelleria,e discute  la  forma  di  Stato;  si  scontrano  subito i  radicali  ed i  costituzionalisti: i  primi  sono  favorevoli  alla    Repubblica; i  secondi  sostengono  la  conservazione  del  Papato.

L’Assemblea Costituente, nella   seduta  notturna  del  8 - 9 febbraio 1849 approva a  stragrande  maggioranza ( 120  favorevoli,10  contrari  e  12  astenuti ) il Decreto Fondamentale  che  dichiara  la  decadenza  del  potere  temporale  del  Papa ( al  quale  sono  comunque  conservate  le  guarentigie  necessarie  per  l’esercizio  del  potere  spirituale ) ed  istituisce  la  Repubblica Romana. A  capo  della  Repubblica  è  posto  un  Comitato  Esecutivo, composto  da  Carlo  Armellini, Aurelio  Saliceti  e  Mattia  Montecchi.

La  mattina  del  9  febbraio , il  Presidente  dell’Assemblea, Giuseppe  Galletti, legge  dal  balcone  del  Palazzo  Senatorio, sul Campidoglio, il  Decreto  Fondamentale davanti  ad  una  folla  entusiasta  e  festosa .

Il 12 febbraio, l’Assemblea decide di adottare come bandiera della Repubblica il Tricolore verde bianco rosso, con l’aquila romana sull’asta.

Il  18  e  il  19  febbraio, si  tengono  le  elezioni  suppletive  nei  Collegi  lasciati  vacanti  dai  Deputati che, risultati   eletti  in  più  Collegi, hanno  dovuto  optare  per  una  sola  sede. A  Roma  viene  eletto  Giuseppe  Mazzini.

LE  PRIME  RIFORME  ATTUATE  DALLA  REPUBBLICA

Il  Comitato  Esecutivo  abolisce: i  Tribunali  Ecclesiastici ( il  S. Uffizio, la Sacra Rota e la Segnatura): la  giurisdizione  dei  Vescovi  sulle  Scuole  e  le  Università; la  censura  sulla  stampa; il  dazio  sul  macinato  e  sul  sale. Scioglie gli  Enti  religiosi  con  il  conseguente  incameramento  dei  loro  beni  immobili da parte della Repubblica. Emana provvedimenti contro l’usura ed a tutela dei debitori. Decide  un  prestito  forzoso, con la Banca Romana,  a  favore  della  Repubblica di 900.000 scudi , a  carico  delle  famiglie più  ricche ( latifondisti  e  commercianti ) e  delle  Società  industriali  e  commerciali. Invia in dono 100.000 scudi alla Repubblica Veneta che sta resistendo coraggiosamente contro l’Austria.

In  campo  religioso  e’ attuato  il  principio  della libera  chiesa  in  libero Stato , lasciando  al  Clero  assoluta  libertà  in  campo  spirituale  in  cambio  della  rinuncia  ad  ogni  ingerenza  nella  vita  politica  dello  Stato.

Sul piano politico, si avviano trattative con  la Repubblica Toscana per una unione tra i due Stati.

LA  COSTITUZIONE  DEL  TRIUMVIRATO

Il 5 marzo 1849, arriva a  Roma Giuseppe Mazzini, che è accolto con entusiasmo dall’Assemblea, la quale, su sua proposta, il 15 marzo, istituisce  una Commissione  di  guerra, per esaminare la situazione militare e per  riorganizzare  l’esercito,  coordinata  da  Carlo  Pisacane.

Scoppiata  la  nuova  guerra  contro  l’Austria, il  Comitato  Esecutivo  decide  di  inviare  alcuni  reparti  militari  a  sostegno  dei  Piemontesi.

Il  29  marzo, dopo  la  sconfitta  di  Novara  e  la  firma  dell’armistizio  di  Vignale, l’Assemblea  Costituente, temendo  l’intervento  dell’Austria  per  la  restaurazione  dello  Stato  Pontificio, sostituisce  il  Comitato  Esecutivo  con  un  Triumvirato  composto  da  Giuseppe  Mazzini , dal  giurista  Carlo  Armellini  e  dal  giovane  letterato  Aurelio  Saffi, ai  quali  sono  conferiti  “poteri  illimitati  per  la  guerra di indipendenza e per la salvezza  della  Repubblica” .

Il  Triumvirato  emana una  serie  di  provvedimenti   a  carattere  sociale per “il  miglioramento delle condizioni  morali e materiali  di tutti i cittadini”:l’abolizione  della  carcerazione  per  debiti; la riforma agraria,con l’affidamento in enfiteusi dei terreni  dei disciolti Enti Ecclesiastici alle famiglie più povere; l’abolizione  dell’appalto  del  sale  e  la  riduzione  del  suo  prezzo  ad  un bajocco  la  libbra; la  destinazione  del  Palazzo  della  Santo  Uffizio  ad  abitazione  dei  poveri; l’abolizione dell’appalto sui tabacchi; l’affidamento  di  lavori  agli  artisti; l’obbligo  per i  commercianti  di  vendere   le  giacenze  di  merci  ad  un  prezzo  stabilito.

Triumviri  lanciano  un  appello  ai  liberali  italiani  per  costituire  un  esercito  per  la  difesa  della  Repubblica, dato  che  il  Papa  ha  chiesto  l’aiuto  dei  Sovrani  europei. In  pochi  giorni  giungono  a  Roma  migliaia  di  volontari. Garibaldi  e’ tra  i  primi  ad  accorrere  in  aiuto  della  Repubblica, con  i  suoi legionari con  la  camicia  rossa, che  hanno  combattuto  in  Sud America. Ci  sono  anche 600  bersaglieri  lombardi, guidati  da  Luciano  Manara, reduci  dalla  guerra  contro  l’Austria,  molti  patrioti  fuggiti  dallo  Stato  borbonico  e  1500  studenti  universitari  provenienti  da  varie  città italiane. Ci  sono infine  molti  giovani  artisti  stranieri, studenti  delle  Accademie  estere  che  hanno  sede  a  Roma.

Le  forze  repubblicane  a Roma ammontano  a  circa  9.000  uomini. Capo  di  Stato  Maggiore  è  nominato  Carlo  Pisacane  e  Ministro  della  Guerra  il  Generale  Avezzana.

LA  DIFESA  DELLA  REPUBBLICA

Intanto, il Regno  di  Napoli, l’Austria, la  Francia  e  la  Spagna  inviano  i  loro  eserciti  contro  la  Repubblica  Romana.

Il 24  aprile 1849, a  Civitavecchia  sbarcano  circa  12.000  soldati  Francesi, al  comando  del  Generale Oudinot.

Il 26 aprile, l’Assemblea  Costituente affida al Triumvirato il compito di “salvare la Repubblica  e di respingere la forza con la forza”.

La mattina del 30  aprile, 6.000 soldati francesi attaccano a  Porta  S. Pancrazio, sul Gianicolo, ed  a  Porta  Cavalleggeri, vicino  al  Vaticano. Il  Generale Oudinot  pensa  che  i  romani  si  arrenderanno  subito  senza  opporre  alcuna  resistenza ( infatti  ha  dichiarato  che  “gli  italiani non  si  battono”). Invece  i  patrioti  romani resistono  agli  attacchi dei Francesi, i  quali  nel  pomeriggio  sono  costretti  a  ritirarsi  dopo aver lasciato sul campo di battaglia  250 morti,400 feriti e 300 prigionieri. Garibaldi, benchè  ferito, li  insegue  con  i  suoi  uomini  fino  al  20° Km della Via Aurelia ( a Castel  di  Guido ) dove  è  fermato  dall’ordine  dei  Triumviri  di  ritornare  in  città.

Il 19 maggio, i Francesi  chiedono  l’armistizio. Il  Governo  di  Parigi  invia  a  Roma  il Plenipotenziario Ferdinando de Lesseps per  trattare  con  i  Triumviri. In  realtà  si  vuole  solo  guadagnare  tempo per   inviare  i  rinforzi  militari  al  gen. Oudinot.

Il Triumvirato invita la popolazione alla lotta ed alla mobilitazione militare.

Si istituiscono farmacie  in ogni Comune e negli ospedali, che  sono nazionalizzati.

Il 15 maggio, si chiudono le porte della città: nessuno può lasciare Roma, ad  eccezione dei militari.

Intanto  gli  Austriaci  hanno  invaso  dal  Lombardo  Veneto la  Romagna. Il  16  maggio  assediano Ancona, che il 27 maggio è attaccata anche dal mare. Il Comandante locale, Colonnello Livio Zambeccari,  resiste  25 giorni.

Intanto, il Re di Napoli, Ferdinando II, è  arrivato nella  zona  dei  Castelli   Romani  e sta per marciare  verso  Roma. Il  Triumvirato  decide  di  mandare  contro  di  loro  le  truppe  guidate dal Comandante in Capo,  Generale Roselli, che sconfigge i Napoletani  a  Palestrina  il  9  maggio  ed  il  16  maggio  a  Velletri. Costretti  a  ritirarsi, i  Napoletani  sono  inseguiti  da  Garibaldi  oltre  i  confini  del Regno di Napoli e  sono di  nuovo  sconfitti  ad  Arce ( Frosinone ). Il  26  maggio, Garibaldi  è  di  nuovo  richiamato  a  Roma  dal  Triumviri, dato  che  sta  per  scadere  l’armistizio  con  i  Francesi.

Il  28  maggio,  sbarcano  a  Gaeta  5.000  soldati  Spagnoli, al  comando  del  Generale Fernandez  De  Cordova, che  offre  il  suo  aiuto  al  Generale Oudinot, il  quale  lo  rifiuta  avendo  ricevuto  i  rinforzi. Infatti, a  Civitavecchia  sono  sbarcati  20.000 soldati, in  gran  parte  truppe  coloniali ( gli zuavi), con  circa  50  cannoni  ed i  nuovi  fucili  a  retrocarica ( gli chassepots ). Il  Governo  Francese  richiama  Lesseps e  dichiara  per  il  4  Giugno  la  fine  dell’armistizio  e  la  ripresa  delle  ostilità.

LA  DIFESA  DI  ROMA

Il  Generale Oudinot, per  prendere  di  sorpresa  le  truppe  repubblicane, attacca  all’alba  del  3  giugno 1849: il giorno precedente  la  fine  dell’armistizio. 

I  combattenti  sono  molto  duri  e  cruenti. I  repubblicani, asserragliati  nelle  ville e negli edifici  ubicati  alla  periferia  Nord  della  città, vicino  al  Gianicolo ( Villa  Pamphili, Villa  Il  Vascello, Convento  di  S. Pancrazio, Casino  dei  Quattro  Venti, che  costituiscono  la  linea  di  difesa  più  avanzata  oltre  le  mura  aureliane ) ed  in  alcune  ville  ubicate  subito  dopo  le  mura  cittadine ( Villa  Corsini, Villa  Spada…), tutte  trasformate  in  fortilizi, oppongono  una  strenua  resistenza. Per  30  giorni  resistono  ai  numerosi  attacchi francesi; alcune  ville ( Villa  Pamphili  e  Villa  Corsini ) sono  prese  dai  Francesi  e  riconquistate  dai  Repubblicani  dopo  cruenti  combattimenti  corpo  a  corpo. 

Nella  notte  tra  il  21  e  il  22  giugno  i  Francesi  conquistano  la  prima  linea  di  difesa  esterna  alle  mura  e  con  i  cannoni  iniziano  a  bombardare  la  città  colpendo  molte  abitazioni ed  anche  alcuni  monumenti.

All’alba  del  22  giugno  le  campane  suonano  a  stormo  per  chiamare  la  popolazione  alla  difesa  della  città. Migliaia  di  cittadini accorrono  in  soccorso  delle  truppe  repubblicane, incitati alla lotta dall’Assemblea  Costituente che siede in permanenza dall’inizio dei combattimenti e che, dal 16 giugno, ha iniziato a discutere il testo della Costituzione.

La  situazione  militare  è  ormai  disperata. Garibaldi  propone  di  attaccare  di  sorpresa  le  retroguardie  francesi, distruggendo  le  linee di  rifornimento. Mazzini  è  d’accordo, ma  Roselli  si  oppone. Garibaldi , profondamente  rattristato  per  questo  nuovo  contrasto  con  il  Comandante  in  Capo, lascia  con  i  suoi  legionari la  zona  del  Gianicolo che gli è stata assegnata. Luciano  Manara  pero’  lo  convince  a  riprendere  il  posto  di  combattimento  con  i  suoi  uomini.

All’alba  del  30  giugno,  i  Francesi  sferrano l’assalto  finale  e  riescono  a  sfondare  le  esigue  difese, tenute  ormai  solo  da  poche  centinaia  di  patrioti.

La  stessa  mattina, Mazzini  convoca  il  Consiglio  di  Guerra  per  riferire  all’Assemblea Costituente  cosa  è  meglio  fare  per  la  difesa  della  città. Prevale  la  proposta  del  Generale Avezzana  di  resistere  ad  oltranza  su  quella  di  Mazzini, Garibaldi  e  Pisacane  di  uscire  da  Roma  con  le  truppe  rimaste  per  continuare  la  guerra  nelle  Province.    Poco  dopo, pero’, l’Assemblea  Costituente, ritenendo  ormai  impossibile  la  difesa  della  città, approva  una  Risoluzione  con   la  quale chiede  ai  Triumviri  di  trattare  la  resa  con  i  Francesi.

I Triumviri, sdegnati  per la  decisione, scrivono  una  dura  lettera  all’Assemblea, preparata da Mazzini, con  la  quale  si  dimettono,  non  essendo  disponibili  a  trattare  la  resa  con  i  Francesi.

Il  30  giugno, l’Assemblea  Costituente  incarica  il Comune  di  Roma  di  condurre  le  trattative  con  i  Francesi  per  la  resa.

Dopo  alcuni  incontri  con  il  Gen. Oudinot, che  detta  sempre  nuove  condizioni, il  Consiglio  Comunale  decide  all’umanità, il primo luglio,  di “cedere  alla  forza  delle  armi”  e  di ricevere  passivamente  i  Francesi.

La  mattina  del  1  luglio  l’Assemblea  elegge un  nuovo  Triumvirato , composto  da  Alessandro  Calandrelli, Livio  Mariani  e  Aurelio  Saliceti ed il giorno seguente conferisce  loro  i  pieni  poteri  e  dichiara  Mazzini, Saffi  ed  Armellini  “benemeriti  della  patria” . Inoltre  nomina  Garibaldi  Comandante  in  Capo,  con  poteri  pari  a  quelli  di  Roselli.

L’Assemblea  ed  il  Triumvirato  ordinano  alle  truppe repubblicane  di  non  opporre  alcuna  resistenza  ai  Francesi.

LA  FINE  DELLA  REPUBBLICA

Il  2  luglio 1849 , Garibaldi rivolge  ai  patrioti  romani  un  accorato  appello  per  invitarli  a  seguirlo  ed  a  continuare  la  lotta.

Nonostante  i  Francesi  abbiano  garantito  salva  la  vita  a  tutti  i  combattenti  repubblicani, circa  4.500  patrioti, tra  i  quali  il  frate  barnabita  Ugo  Bassi  ed  il  popolano  Angelo  Brunetti , detto  Ciceuracchio, animatore  dei  volontari  trasteverini, decidono  di  seguirlo  per  andare  in  aiuto  della  Repubblica  Veneta  che  resiste  ancora  agli  Austriaci.

La  notte del  2  luglio, i  Deputati  dell’Assemblea  Costituente, riuniti in permanenza  nell’aula  del  Campidoglio, approvano  solennemente, dopo due settimane di dibattito,  la  Costituzione  repubblicana, che è proclamata solennemente la mattina del 3 luglio, sulla piazza del Campidoglio.

Nel  pomeriggio del 3 luglio, i  Triumviri  inviano  ai  Presidi (Capi) delle  Province  un  proclama  con  il  quale  annunciano  la  fine  della  Repubblica. Quindi  nominano  Carlo  Bonaparte, uno dei membri più autorevoli  dell’Assemblea  Costituente, ambasciatore  presso  i  Governi  di  Francia, di  Inghilterra  e  degli  Stati  Uniti  nell’estremo  tentativo  di  perorare  la  sopravvivenza  della  Repubblica.

Alle  ore  18  del  3  luglio, le  truppe  francesi, guidate  dal  Gen. Oudinot, entrano  in  città  dalla  Porta  del  Popolo.

Il  giorno  seguente , i  Francesi  occupano  la  sede  dell’Assemblea  Costituente  sul  Campidoglio  e  quella  del  Triumvirato  nel  Palazzo  del  Quirinale  e  sciolgono  i  due  Organi. Il  Gen. Oudinot  vieta  la  stampa  di  ogni  pubblicazione  e  fa  celebrare  un  solenne  Te  Deum  nella  Basilica  di  S. Pietro.

Sempre  il  4  luglio, l’Ambasciatore  Francese, Conte  de  Rayneval,  ed  il  Commissario  De  Corcelles, che  ha  condotto  le  trattative  di  resa  insieme  al Gen.  Oudinot, formano  un  nuovo  Governo.

Il  5  luglio, Mazzini  pubblica  un  proclama  ai  Romani  nel  quale  esprime  la  speranza  di  poter  ricostituire  la  Repubblica.

LA  RESTAURAZIONE  DEL POTERE TEMPORALE DEL PAPA

Il  14  luglio 1849,  il  Comando  militare  francese  proclama  la  restaurazione  del  potere  temporale  del  Papa  ed  ordina  agli  ex  dirigenti  della  Repubblica  Romana  di  lasciare  la  città  entro  24  ore. Mazzini  parte  la  sera  stessa.

Lo  stesso  giorno , il  Prefetto  di  Polizia  ordina  la  chiusura  di  tutti i  giornali  ad  eccezione  del Giornale  di  Roma . E’  la  fine  della  libertà  di  stampa.

Il  2  agosto , una  Commissione  pontificia, composta  da  tre  Cardinali, annulla  tutti  i  provvedimenti  emanati  dalla  Repubblica  Romana.

Il  12 settembre 1849, il  Papa  ripristina  le  norme  antiebraiche. La segregazione degli ebrei terminerà solo con la “liberazione di Roma”, il 20 settembre 1870,

Il  12 aprile 1850, quando  la  situazione  è  “normalizzata”, Pio  IX  ritorna  a  Roma.

                                                                                                                       [ Giorgio Giannini ]

 

 

Il Giorno del Ricordo

L’ITALIANIZZAZIONE DELLA POPOLAZIONE SLAVA

Il Giorno del Ricordo e’ stato istituito con la Legge 30.3.2004 n. 92,nell’anniversario del Trattato di Pace di Parigi del 10.2.1947, per commemorare le vittime delle foibe del 1943-1945 e l’esodo giuliano dalmata del secondo dopoguerra.

Però, per capire cosa è accaduto in Istria con le foibe nel 1943-1945, è necessario  conoscere bene anche la “storia precedente”, almeno a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, per capire la “realtà dei fatti” e la “concatenazione  storica” degli eventi che si sono succeduti in quel ventennio.

Non si tratta di “riscrivere” la storia, ma di raccontare tutto quanto è accaduto, anche quando la storia è “scomoda e dolorosa”, non sottacendo quindi le responsabilità del nostro Paese, governato in quel periodo dal regime fascista, che ha perseguitato per un ventennio la popolazione slovena e croata (come anche quella tirolese,in Alto Adige), che abitava nei territori  annessi dopo la Prima Guerra Mondiale.

Infatti, con il Trattato di Rapallo del 21 novembre 1920, vengono annessi territori già austriaci, con circa 500.000 croati e sloveni (che nei centri agricoli rappresentano la quasi totalità della popolazione), nei cui confronti e’ attuata subito una politica di “italianizzazione forzata”, con la negazione dei diritti fondamentali, a partire dalla limitazione dell’uso della lingua slovena e croata, sia nelle scuole che negli uffici, che sarà poi vietata nel periodo fascista, con la Legge Gentile.

In particolare,iI fascismo impone agli slavi, in base a principi razzisti della “superiore civilta’ italiana” :

 -il divieto dell’uso della lingua serba e croata e lo studio solo dell’italiano nelle scuole, con la chiusura di quelle locali ed il trasferimento ed il licenziamento dei docenti di madrelingua slava;

- l’obbligo dell’italiano negli uffici pubblici;

- l’epurazione nei posti di lavoro pubblici;

- l’italianizzazione delle citta,’con il trasferimento in esse di migliaia di italiani;

- l’italianizzazione  della toponomastica e dei cognomi.

Inoltre, le squadre fasciste devastano le sedi delle associazioni culturali, politiche, sociali, economiche e sportive slave, che si oppongono alla “italianizzazione” .

A Trieste, nel luglio 1920, e’ incendiato il Narodni Dom,sede delle  Associazioni locali slave.

La repressione del dissenso politico e’ durissima. Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, dal 1927 al 1943, celebra 113 processi a slavi, con 544 imputati, di cui 476 condannati a 4.893 anni di carcere e 33 condanne a morte (su un totale di 42).

GLI ECCIDI NAZIFASCISTI

Durante la Seconda Guerra Mondiale c’è una dura occupazione nazifascista che comporta una dura  “oppressione” verso la popolazione jugoslava, con eccidi collettivi  da parte delle truppe tedesche ed italiane, dei collaborazionisti ustascia croati e dei cetnici serbi, alimentando l’odio etnico e religioso tra le diverse etnie jugoslave, con circa un milione e mezzo di morti, il 10% della popolazione.

Circa 250  villaggi sono incendiati dalle truppe italiane, con esecuzioni sommarie ,fucilazioni di ostaggi ed arresti e deportazioni di massa di civili considerati “pericolosi”, perchè accusati o sospettati di attività nazionaliste, nei Campi di internamento, istituiti dai Militari in numerose localita’, ed anche in Italia dal Ministero dell’Interno. Complessivamente, i civili jugoslavi internati, sono circa 100.000, di cui il 10%  muore nei Campi per gli stenti e le malattie. Il Campo più duro è allestito nell’isola di Arbe (Rab) in cui sono internati, in un anno, oltre 15.000 persone,

LE PRIME “FOIBE” DEL 1943 CONTRO I FASCISTI ED I COLLABORAZIONISTI

L’Armistizio dell’8 settembre 1943, conseguente alla caduta del regime fascista, comporta la disgregazione delle Istituzioni locali e la fuga dei fascisti,per timore di ritorsioni e rappresaglie per le violenze inferte alla popolazione sia prima che durante la guerra.

Al momento dell’Armistizio, vaste zone del Friuli,della Venezia-Giulia,della Slovenia e dell’Istria sono occupate dai partigiani  sloveni,croati e italiani.

Il Fronte di liberazione sloveno e croato annette Trieste e Gorizia alla Slovenia liberata e Pola e Fiume alla Croazia libera. A questo punto,soprattutto in Istria, si scatena la “resa dei conti” contro i tedeschi, i fascisti ed i loro collaborazionisti. Circa 600 persone,accusate di “crimini di guerra”,sono  processate e fucilate dai partigiani e quindi i loro corpi sono gettati nelle foibe (usate da sempre come comodo luogo di sepoltura,anche nella Grande Guerra). Nel contempo, decine di migliaia di nostri soldati sono salvati, sia dai partigiani titini, con i quali  combattono contro i nazisti, sia dalla popolazione slava.

L’OCCUPAZIONE NAZISTA

Nel settembre 1943, inizia l’occupazione nazista ed il 1 ottobre e’ costituita la “Zona di operazioni Litorale Adriatico”, che viene annessa al Terzo Reich ( e quindi diventa parte della Grande Germania).Il Governatore ( Gauleiter) e’ Frederich Reiner mentre  ed il Comandante delle SS e’ il Gen. Odilo Globocnik, responsabile del genocidio di oltre  1.500.000 ebrei europei nei Campi di sterminio dell’Operazione Reinhardt  (Belzec, Chelmo,Sobibor e  Treblinka) attivi  dal 1941 al 1943.

I nazisti,aiutati dai cetnici serbi, dagli ustascia croati e dai fascisti della neonata Repubblica Sociale Italiana –RSI, attuano una cruenta repressione,con la devastazione di molti villaggi.

A Trieste, nella risiera di S. Sabba e’ allestito dai nazisti un campo di sterminio,in cui sono trucidati oltre 3.000 persone (in gran parte oppositori politici e partigiani,ma anche decine di ebrei…).

La Resistenza ai nazisti e’ attuata dall’Esercito popolare di liberazione jugoslavo (Eplj,diretto da Tito),dal Corpus Sloveno e dai partigiani italiani delle Divisioni Garibaldi Friuli, Natisone e Trieste e da altre formazioni minori ( costituite da nostri soldati che non si sono arresi ai tedeschi dopo l’8 settembre ), che collaborano con i partigiani jugoslavi, meritando l’ elogio di Tito per il loro impegno.

Tra la fine di aprile ed il 1 maggio 1945,i partigiani italiani e slavi liberano  tutto il Friuli .

LE FOIBE DEL MAGGIO-GIUGNO 1945

Il 1 maggio 1945, i militari e partigiani jugoslavi entrano a Trieste, anticipando gli Inglesi nella cosiddetta corsa per Trieste,  e vi rimangono fino al 12 giugno,quando,in seguito ad un accordo con gli Alleati, si ritirano da Trieste e da Gorizia ( che entrano a far parte della Zona “A”, soggetta all’Amministrazione Alleata). La città di Pola e’ occupata dal 5 maggio al 20 giugno 1945 dagli jugoslavi,che  rimangono in Istria e a Fiume ( che fanno parte della Zona “B”,soggetta alla loro amministrazione).

La cruenta resa dei conti ,da parte degli jugoslavi, colpisce di nuovo non solo i neofascisti della RSI (soldati,poliziotti, funzionari..) ed i loro collaborazionisti ( come nel settembre 1943), ma anche  tutti coloro  che “si oppongono all’annessione del territorio alla Jugoslavia”, compresi gli slavi e anche i partigiani italiani non comunisti (sono colpiti anche i partigiani comunisti che si oppongono al progetto titino di annessione). Pertanto, si è trattato più che  di una “pulizia etnica” contro gli italiani, di una “epurazione politica”, altrettanto esecrabile, con la eliminazione di tutti coloro (anche comunisti italiani) che si opponevano all’annessione alla Jugoslavia.

 Circa 5.000 persone (e non decine di migliaia, come indicano le fonti nazionaliste istriane e dalmate) sono uccisi e gettati nelle foibe.

 L’ESODO GIULIANO-DALMATA

Il “primo esodo di massa” si ha subito dopo la fine della guerra,nel maggio 1945.Infatti, la maggior parte degli italiani ( il 90% nelle città) decide di partire dai territori  occupati dagli Jugoslavi (Istria e Dalmazia),che sono annessi definitivamente alla Jugoslavia con il Trattato di Pace di Parigi del 10 gennaio 1947.

Gli italiani che “decidono” di restare, perdono la cittadinanza italiana  e non acquisiscono quella jugoslava (diventano così apolidi).

Gli italiani che decidono di partire, devono lasciare tutti i beni immobili e mobili  (comprese le suppellettili di casa…), che sono incamerati dallo Stato Jugoslavo come risarcimento dei danni di guerra, ammontanti a 125 milioni di dollari del tempo.

Lasciano la Jugoslavia anche molti slavi (di cittadinanza italiana) che non ne condividono la politica comunista.

Un nuovo esodo si verifica in seguito al Memorandum di Londra del 1954,che assegna la Zona B di Trieste alla Jugoslavia e si conclude  verso il 1960.

Complessivamente, oltre 250.000 istriani-giuliani-dalmati di lingua italiana, hanno lasciato le loro case.

Tra le cause dell’esodo ci sono:

-              la paura di ritorsioni;

-              la “slavizzazione”del territorio;

-              la repressione del dissenso (anche slavo);

-              il clima della “guerra fredda” tra l’Est e l’Ovest;

-              il desiderio della popolazione italiana (ed in parte anche slava) di fuggire dalla Jugoslavia, retta da un regime totalitario.

L’Opera Assistenza ai Profughi, istituita dal Governo italiano, ha allestito in Italia un centinaio di  “campi” per i profughi, che poi si insediano in varie Regioni (specie nel Triveneto). Circa 80.000 profughi sono emigrati in altri Paesi ( soprattutto Nord e Sud America).

I CRIMINI DI GUERRA ITALIANI SONO RIMASTI “IMPUNITI”

Nel dopoguerra,i “crimini di guerra” compiuti dai nostri Militari non sono stati valutati in maniera “oggettiva”,per i danni in vite umane che hanno comportato alla popolazione locale, ma sono stati messi a confronto con i crimini compiuti dai nazisti, più gravi.

Si è così alimentata la teoria del fascismo che è stato un “male minore” rispetto al nazismo, ed il mito del “bravo italiano”, che non si è macchiato di crimini,ma anzi ha aiutato la popolazione locale, che è diventato un “luogo comune”, recepito  dalla classe politica e dalla popolazione ( grazie anche alla cinematografia).

La Commissione ONU per i Crimini di Guerra, istituita nel 1943 ha raccolto moltissimi documenti sui “crimini” compiuti dalle nostre truppe in Africa e nei Balcani ,in nome della “superiore civiltà italica” e della nostra “missione civilizzatrice”,che hanno comportato la morte di circa 100.000 Libici,300.000 Etiopi,100.000 Greci e 250.000 Jugoslavi.

Nel 1989, la BBC inglese ha prodotto il Documentario “L’eredità del fascismo”,che in 100 minuti documenta questi “crimini”, con interviste  ad alcuni  importanti storici  italiani ed a testimoni, e spiega la “ragioni” per cui gli autori sono rimasti “impuniti”.

Il Documentario è’ stato acquistato dalla RAI, che però non l’ha mai trasmesso, così come il film “Il leone del deserto”, sulla storia di Omar Mukthar, che ha guidato la ribellione in Libia degli anni 20.

Il nostro Paese deve ancora fare una “seria autocritica” (come ha fatto la Germania),riconoscendo le colpe del fascismo e chiedendo  scusa alle “vittime” dei crimini compiuti sulla base di una politica aggressiva e di una ideologia razzista.

Ci dobbiamo augurare “tutti”, senza alcuna distinzione politica, che il futuro dell’Europa sia un futuro di Pace, confidando nelle nuove generazioni, che però devono essere adeguatamente e oggettivamente informate su quanto è accaduto, per evitare che  si ripetano gli orrori delle Guerre .

                                                                  PER NON DIMENTICARE

 

                                                                                                                             [ Giorgio Giannini ]

Poesia per un Partigiano

PARTIGIA

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non è mai finita.

[ Primo Levi ]

Il Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma si unisce al generale cordoglio per la scomparsa del Partigiano Massimo Rendina combattente per la LIBERTA'

Ricordo di un Partigiano

E' morto Massimo Rendina a 95 anni, ex presidente della sezione romana dell'Associazione nazionale partigiani. "Pochi minuti fa è venuto a mancare il partigiano nella lotta di Liberazione, custode e testimone di memoria nel dopoguerra, grande amico - riferisce Paolo Masini, assessore alla Scuola con delega alla Memoria di Roma Capitale - Ha rappresentato una voce libera per Roma e per l'Italia, e l'esempio di come ai nostri giorni sia ancora possibile mettere in pratica e trasmettere in modo alto e nobile i valori di quella grande pagina della nostra Storia che fu la Resistenza. Il nostro abbraccio ai familiari e all'Anpi". 

Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha voluto ricordare la memoria del vice presidente dell'Anpi, mandando un messaggio di cordoglio alla moglie "Per la scomparsa di un testimone leale e appassionato di molti decenni della nostra storia". Il presidente della Repubblica ha ricordato  la partecipazione di Rendina "alla tragica ritirata di Russia e la successiva, decisa scelta di campo nelle file della resistenza", nella quale assunse il nome di 'comandante Max', distinguendosi "per coraggio e lungimiranza politica". Nel dopoguerra, ha affermato ancora il presidente Mattarella, "fu brillante giornalista e comunicatore, ricoprendo posizioni di prestigio. L'immagine più nitida che mi resta di lui- ha concluso il capo dello stato- è quella, più recente, di instancabile dirigente dell'anpi, al vertice della quale ha saputo difendere la memoria autentica dei valori della resistenza e tramandarla ai giovani con passione ed entusiasmo". Anche il presidente del Senato Grasso ricorda il Comandante Max come "uno straordinario protagonista della resistenza italiana: con il suo esempio ci ha insegnato molto, soprattutto alle generazioni che non hanno vissuto la terribile esperienza della guerra. Grazie per il coraggio di quegli anni e l'infaticabile opera di testimonianza dei valori di libertà e democrazia".

La camera ardente di Rendina, che era nato a Venezia il 4 gennaio 1920, sarà allestita in Campidoglio dalle 12 alle 19 nella Sala della Protomoteca. Alle 13, inoltre, è prevista una breve commemorazione funebre in cui parleranno il sindaco Marino, Masini, Walter Verltroni e il presidente di Anpi Roma Ernesto Nassi. Commosso Marino nel ricordo del comandante Max: "Massimo Rendina è stato uno straordinario custode della memoria di uno dei periodi più difficili della storia della nostra città e di questo Paese. Per decenni ha portato avanti in maniera instancabile la testimonianza e il ricordo della resistenza partigiana con la sua attività all'interno dell'Anpi, con l'impegno professionale e con le lezioni nelle scuole. Rivolgo, a nome di tutti i cittadini romani, le mie più sentite condoglianze ai suoi familiari e ai suoi cari. Roma, medaglia d'oro per la resistenza, non dimenticherà la sua lezione di vita".

Abitava a Bologna e si era appena avviato alla professione di giornalista quando era stato chiamato alle armi. Tenente di Fanteria, al momento dell'armistizio era subito passato con la Resistenza al comando, in Piemonte, di una formazione autonoma alla cui guida, col nome di battaglia di "Max il giornalista", aveva combattuto sino al luglio del 1944. Diventato capo di stato maggiore della I Divisione Garibaldi, aveva preso parte alla liberazione di Torino e nel capoluogo piemontese aveva ripreso la professione a l'Unità. Dal quotidiano del PCI, Massimo Rendina è poi passato alla Rai, come direttore del telegiornale. Docente di Storia della Comunicazione, Rendina, che viveva a Roma, era diventato il presidente della locale Associazione degli ex partigiani e membro del Comitato scientifico dell'Istituto Luigi Sturzo per le ricerche storiche sulla Resistenza. 

Nel 1995 ha pubblicato per gli Editori Riuniti, con prefazione di Arrigo Boldrini, il Dizionario della Resistenza italiana.

Addolorato per la scomparsa di Rendina anche il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti: "Ci lascia un uomo straordinario, simbolo della lotta per la libertà contro il nazifascismo e per la difesa dei valori di democrazia e di amore per la patria. A noi tutti resta il compito e l'onore di custodire e continuare a far vivere, attraverso un impegno quotidiano rivolto soprattutto ai giovani, la grande e preziosa eredità che racchiude gli ideali sui cui si fonda la nostra Costituzione. Ai suoi familiari e all'Anpi esprimo il cordoglio a nome mio e della Regione Lazio".

E anche l'Anpi Roma piange la morte del suo ex presidente: "Con la scomparsa di Rendina viene a mancare non solo un protagonista e testimone della Resistenza italiana, ma un lucido intellettuale, una guida sempre attenta ai cambiamenti della società, un esempio per le nuove generazioni a lui molto care". Vicepresidente dell'Anpi nazionale e presidente onorario dell'Anpi di Roma - aggiunge l'associazione - Rendina è stato presidente per oltre 12 anni del Comitato Provinciale di Roma e del Lazio. Nel novembre del 2011, ultimo presidente Partigiano combattente, ha lasciato il testimone ai non partigiani".

Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, parla di "tristezza e cordoglio" per la scomprsa di un "uomo di cultura dalla spiccata concretezza. Rendina ha incarnato i più alti valori della democrazia italiana, trasmettendo in ogni suo intervento il significato più profondo delle scelte che furono intraprese per affrancare il paese dal giogo nazifascista e riconquistare libertà e diritti a lungo negati. Sono certo che la sua testimonianza e il suo incrollabile impegno a servizio della collettività non saranno dimenticati". 

"Ricordo Massimo Rendina con affetto e rispetto - dice Riccardo Pacifici, residente della comunità ebraica romana -. Piangiamo la sua morte perché grazie a uomini come lui siamo oggi italiani liberi. Rendina è stato un grande partigiano, la sua figura è stata decisiva nella lotta all'antifascismo e all'occupazione nazista. Persone come lui sono fondamenta della nostra democrazia e l'Italia di oggi si regge sulla lotta per quei valori che lui ha rappresentato"
 

 [ articolo e foto tratti da roma.repubblica.it/cronaca/news    – pubblicato da administrator] 

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