I DOCENTI e gli STUDENTI TRUCIDATI ALLE “FOSSE ARDEATINE”

Ricordiamo  i  cinque Docenti,che  sono stati barbaramente trucidati dai nazisti il 24 marzo 1944, insieme con altri 331 patrioti, nelle strage delle Fosse Ardeatine,: Pilo Albertelli, Salvatore Canalis, Fiorino Fiorini (militanti del Partito d’Azione)  Gioacchino Gesmundo, Paolo Petrucci (militanti del Partito Comunista).

 

In particolare, Pilo ALBERTELLI  è Docente di Storia e Filosofia dal 1935 al Liceo Classico Umberto I°  di Roma (che oggi porta il suo nome).

Nel giugno 1942 è tra i fondatori del Partito d’Azione  e collabora al giornale clandestino del partito “L’Italia libera”, sul quale scrive l’editoriale il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, combatte, insieme con altri patrioti azionisti, a Porta S. Paolo, per cercare di fermare l’ingresso in città delle truppe tedesche. 

Iniziata  l’occupazione tedesca, partecipa alla costituzione delle formazioni armate azioniste “Giustizia e Libertà”, arruolando volontari, raccogliendo armi e munizioni ed organizzando atti di sabotaggio.

Il 20 settembre 1943, insieme con l’azionista Giovanni Ricci, fa saltare una mina a miccia rapida alla caserma della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale-MVSN  in Via E. Duse al quartiere Parioli. E’la prima azione armata compiuta a Roma.

Diviene quindi Comandante delle formazioni azioniste  prima nel quartiere S. Giovanni e poi nella zona Ostiense-Garbatella. Diventa Comandante delle formazioni azioniste “Giustizia e Libertà” nel febbraio 1944,

Il 1 marzo 1944 è arrestato, in seguito alla delazione di una spia infiltrata nelle formazioni azioniste, dagli sgherri fascisti della Banda Koch e rinchiuso nella loro sede, alla Pensione “Oltremare”, all’ultimo piano del palazzo di Via Principe Amedeo 2 (vicino alla Stazione Termini), dove subisce la tortura per fargli confessare i nomi dei compagni di lotta, ma non parla.

Tenta di suicidarsi due volte. L’11 marzo è trasferito, con il corpo lacerato per le torture subite, al carcere di Regina Coeli, dove il 21 marzo riceve l’ultima visita della moglie e dei due figli.

Il 24 marzo 1944 è prelevato dal carcere, inserito nella lista delle 50 persone consegnata dal Questore di Roma Caruso a Kappler, Comandante delle SS a Roma, con sede in Via Tasso 145, e trucidato  alle Fosse Ardeatine.

E’ decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare, alla Memoria.

 

Salvatore CANALIS  è Docente di  Latino e Greco in alcune Scuole romane ( Liceo Mamiani, Convitto Nazionale e Collegio Militare , dove ha tra gli allievi, Ugo Vetere, futuro Sindaco di Roma).

Dopo l’8 settembre 1943, aderisce al Partito d’Azione.

Il 13 marzo 1944, rifiuta di prestare giuramento di fedeltà al Governo della Repubblica Sociale Italiana-RSI. Pertanto, la sera del giorno seguente è arrestato in casa da 4 agenti della Banda Koch ,che lo portano nella loro sede, alla Pensione Oltremare,  in Via Principe Amedeo 2, dove è torturato. Da qui, è prelevato il 24 marzo 1944 per essere trucidato alle Fosse Ardeatine, inserito nella lista delle 50 patrioti consegnata dal Questore di Roma Caruso a Kappler.

 

Fiorino FORINI è Maestro di Musica. Aderente al Partito d’Azione.

E’ arrestato il 5 febbraio 1944 e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli ( in attesa di essere processato dal Tribunale Militare Tedesco),  da dove è prelevato il 24 marzo per essere trucidato alle Fosse Ardeatine.

 

Gioacchino GESMUNDO è Docente di Storia e Filosofia prima  al  Liceo Classico Vitruvio di  Formia (dove ha come allievo Pietro Ingrao, futuro Dirigente del PCI e Presidente della Camera dei Deputati), e poi al Liceo Marco Terenzio Varrone  di Rieti.

Nel 1935, ottiene la cattedra al Liceo Scientifico Cavour di Roma. Segue con  molta dedizione i suoi studenti e li invita anche a casa sua, in Via Licia 54, per discutere di filosofia e di politica (prestando loro anche i libri).

Nel 1943 aderisce (  in clandestinità) al Partito Comunista e dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) si attiva per riorganizzare il Partito e per fare proseliti.

Dopo l’occupazione nazista, la sua casa diventa la Redazione clandestina del giornale comunista  L’Unità ed anche un arsenale dei Gruppi di Azione Patriottica-GAP, di cui fa parte, custodendo armi, munizioni e chiodi a 4 punte per i sabotaggi  sulle strade.

E’ arrestato  a casa sua il 29 gennaio 1944 ( giorno dello sciopero nelle Scuole Superiori) in seguito ad una perquisizione, durante la quale  sono trovati due pacchi di chiodi a 4 punte. E’ portato nel carcere nazista di Via Tasso,dove resiste per oltre un mese alle  torture per fargli confessare i nomi dei compagni di lotta. Tenta anche di suicidarsi per non parlare.

Il 22 marzo 1944, è condannato a morte dal Tribunale Militare Tedesco  ed il 24 marzo è trucidato alle Fosse Ardeatine.

E’ decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare,alla Memoria

 

Paolo PETRUCCI, Docente di  Lettere.

Nel ‘41 è chiamato alle armi e combatte in Africa come Ufficiale di Complemento dei Granatieri di Sardegna. Aderisce al Partito Comunista clandestino.

Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 partecipa ai combattimenti contro i tedeschi a Palidoro.

Iniziata l’occupazione nazista, parte per il Sud, insieme con gli amici comunisti Paolo Buffa e Aldo Sanna, per partecipare alla formazione di un corpo di "Volontari per la libertà".

Il 16 gennaio 1944 Petrucci e Sanna sono paracadutati su Monte Rotondo, da dove raggiungono Roma e sono ospitati da Enrica Filippini,fidanzata di Buffa.

 A Roma , Petrucci agisce con il falso  nome di Pietro Paolucci,svolgendo intensa attività di propaganda antinazista  e partecipando alle manifestazioni studentesche.

Il 14 febbraio 1944, le SS tedesche irrompono nell’abitazione della Filippini, arrestandolo insieme a Buffa, ad Enrica ed ai suoi amici  Vera e Cornelio Michelin-Salomon.  Sono tutti  condotti nel carcere nazista di  Via Tasso e poi sono trasferiti nel III braccio del carcere  di Regina Coeli.

Il 23 marzo sono tutti processati dal Tribunale Militare Tedesco: Buffa e Petrucci  sono assolti, ma  sono trattenuti nel carcere di Regina Coeli, da dove Petrucci è prelevato il pomeriggio del 24 marzo 1944 per essere ucciso alle Fosse Ardeatine.

Tra i 335 patrioti romani trucidati dalle SS il 24 marzo 1944 alle Cave Ardeatine (che  da allora, in seguito a quella orribile strage, sono chiamate Fosse Ardeatine), come rappresaglia per l’azione militare partigiana compiuta il pomeriggio del giorno precedente in Via Rasella dai Gruppi di Azione Patriottica -GAP operanti nel centro storico della città (chiamati pertanto GAP Centrali), ci sono otto studenti delle Scuole Superiori e dell’Università, impegnati nel Movimento della Resistenza al nazifascismo.

Tre studenti erano stati condannati dal Tribunale Militare Tedesco di Guerra per la loro attività nella Resistenza : Unico Guidoni, Bruno Rodella e Felice Salemme.

Cinque studenti erano stati arrestati ed erano detenuti nel Comando della Polizia di Sicurezza nazista, in Via Tasso 145, e nel carcere di Regina Coeli: Ferdinando Agnini, Romualdo Chiesa, Gastone De Nicolò, Orlando Posti Orlandi, Renzo Pensuti.

 

Ferdinando AGNINI, detto Nando, nato a Catania il 24 agosto 1924. Negli anni trenta, la famiglia si trasferisce a Roma, nel quartiere di Montesacro, in Via  Monte Tomatico n.4.

Dopo aver frequentato il Liceo Classico Quinto Orazio Flacco, in Viale Adriatico 136, nel suo Quartiere di Montesacro, si iscrive alla Facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza.

Nell’ottobre 1943, costituisce, insieme con altri giovani studenti delle Scuole Superiori e dell’Università, residenti nel Quartiere di Montesacro l’Associazione Rivoluzionaria Studentesca Italiana (ARSI), che propaganda la lotta armata contro i nazifascisti e pubblica il  bollettino La Nostra lotta. All’ARSI aderiscono anche giovani  lavoratori,soprattutto di fede comunista.

I giovani raccolgono le armi abbandonate dai militari sbandatisi dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 e le nascondono, in attesa di poterle usare contro i tedeschi,nella casa di Nicola Rainelli, in Via Monte Argentario n. 4, che è anche usata per le riunioni dato che i genitori di Nicola si sono trasferiti al Sud.  Questa casa diventa, oltre che nascondiglio delle armi, la base operativa dei giovani militanti dell’ARSI,  che compiono numerose azioni di sabotaggio sulla Via Nomentana,  sulla Via Salaria e nei quartieri limitrofi,anche in collaborazione con i partigiani della V Zona.

Per catturare i patrioti di Montesacro, il 27 ottobre 1943 i tedeschi compiono un rastrellamento nel quartiere ed in quelli vicini del Tufello e di Pietralata, catturando centinaia di persone, 346 delle quali sono avviate nei campi di lavoro.

Nel dicembre 1943, i giovani dell’ARSI si incontrano con gli altri universitari antifascisti per trovare una linea di azione comune contro la Circolare  emanata il 25 novembre dal Rettore dell’Università La Sapienza, con la quale si stabilisce la presentazione  al Distretto Militare, per l’arruolamento nelle FF.AA della Repubblica Sociale Italiana-RSI come condizione per poter sostenere gli esami.

Il 2 gennaio 1944, gli studenti antifascisti decidono di impedire l’inizio dell’Anno Accademico, previsto per il 17 gennaio, e lo svolgimento degli esami. A questo scopo, il 10 gennaio costituiscono  il Comitato Studentesco di Agitazione-CSA  ed un Comitato Tecnico –Comitec, diretto da Maurizio Ferrara,che organizza nel mese di gennaio  manifestazioni nelle Facoltà di Medicina, Scienze (17 gennaio), Architettura (24 gennaio) e Ingegneria (28 gennaio).

Nel febbraio 1944, si costituisce l’Unione Studenti Italiani (USI),nella quale confluisce l’ARSI,di cui eredita il bollettino, che diventa Nostra Lotta.

Il 3 febbraio 1944,i tedeschi,in seguito ad informazioni avute da delatori  e collaborazionisti, effettuano un rastrellamento nel quartiere di Montesacro,per arrestare le persone segnalate. Il giovane patriota Orlando Posti Orlandi,vedendo arrivare i tedeschi,avvisa i compagni dell’ARSI, che riescono a mettersi in salvo ( in particolare, Rainelli si nasconde nella Parrocchia), ma lui è catturato e portato nel carcere nazista di Via Tasso.

Agnini,che è fuori Roma, decide di rientrare il 24 febbraio 1944, ed è subito arrestato dalla Polizia fascista. E’ portato nel locale Commissariato dove è tradito da un poliziotto che, fingendo di aiutarlo, lo induce  a scrivere una lettera per il padre, nella quale gli chiede  di avvertire  gli altri compagni. Questa lettera,invece,è  utilizzata contro di lui, come prova della sua attività antifascista. Viene quindi portato nel carcere nazista di  Via Tasso, dove è  recluso dal 3 febbraio Orlando Posti Orlandi. Entrambi subiscono la tortura per far loro confessare i nomi degli altri compagni, ma non parlano. Per indurre Agnini a confessare è arrestato anche il padre. Il  pomeriggio del 24 marzo 1944, è  prelevato dal carcere ed è trucidato alle Fosse Ardeatine, insieme ad altri 334 patrioti.

 

Romualdo CHIESA, nato a Roma il 1 settembre 1922. Mentre frequenta il Liceo Classico E. Q Visconti, matura una coscienza antifascista, insieme con un gruppo di studenti  di estrazione cattolica, che frequentano il Circolo della congregazione mariana La Scaletta, adiacente alla  Chiesa dei Gesuiti.

Alla fine del 1939, questo gruppo si incontra con un altro gruppo di giovani cattolici , che frequentano il Circolo denominato Dante e Leonardo,che hanno maturato convinzioni antifasciste  sulla base di  una riflessione critica dell’esperienza politica del Partito Popolare. Dalla fusione di questi due gruppi di giovani nasce il Partito dei cooperativisti sinarchici,che svolge soprattutto attività di propaganda antifascista.

Nel 1940, Romualdo si iscrive alla Facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza, svolgendo attività antifascista insieme con giovani patrioti comunisti, come lui ex studenti del Liceo Visconti (Paolo Bufalini, ,Mario Leporatti, Antonello Trombadori …).

Nell’autunno 1941 è arrestato con l’accusa di aver svolto “attività comunista ed antifascista e disfattismo politico ed economico” ed è giudicato nel gennaio 1942, insieme con altri 26 patrioti, dal Tribunale speciale per la Difesa dello Stato, che lo assolve per insufficienza di prove, ma lo “ammonisce” a non svolgere più attività politica. Intanto il Movimento ha assunto la denominazione di Partito Comunista Cristiano, in quanto i militanti ,pur essendo cattolici, vedono nel Partito Comunista la loro guida politica. Dopo l’arresto del Gruppo dirigente e di centinaia di militanti, Romualdo, con pochi altri, tiene le fila del Movimento ed i rapporti con il Partito Comunista.

Dopo l’Armistizio dell’otto settembre 1943, partecipa alla battaglia di Porta S. Paolo contro i tedeschi per la difesa di Roma,insieme con il suo amico Adriano Ossicini, combattendo insieme con gli antifascisti comunisti e socialisti.

Intanto, il Partito Comunista Cristiano  diventa  Movimento dei Cattolici Comunisti (MCC) e Romualdo ne dirige le formazioni operanti nei Quartieri a Nord di Roma ( Monte Mario, Prati, Borgo, Trionfale, Porta Cavalleggeri e Madonna del Riposo), come Commissario Politico del I Battaglione della Ia Brigata cittadina della Divisione “DL- MCC”,nota come Banda Ossicini ( dal nome del Comandante Adriano Ossicini). In particolare,Romualdo, in collaborazione con Maurizio Giglio, partigiano comunista, mantiene i rapporti  con il Comando Alleato,  al quale ogni giorno fa pervenire il Bollettino di informazioni emesso dai Gruppi di Azione Patriottica-GAP.

Il 15 febbraio 1944,è arrestato vicino a Ponte Milvio, mentre si reca ad un appuntamento con altri patrioti, in seguito alla delazione di una spia. Prima della cattura riesce a distruggere alcuni importanti documenti che ha  con sé. E’ rinchiuso nel carcere nazista di Via Tasso 145, dove è torturato selvaggiamente fino a fargli perdere quasi completamente la vista. Poi è trasferito nel carcere  di Regina Coeli, da dove è prelevato il 24 marzo 1944 per essere trucidato alle Fosse Ardeatine.

E’ decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare,alla memoria.

 

Gastone DE NICOLO’, nato a Roma  il 23 settembre 1925.

Aderisce al  Partito Socialista di Unità Proletaria –PSIUP. Durante la Resistenza  è staffetta nella Brigata Matteotti, la  formazione armata socialista.

E’ arrestato il 12 marzo 1944,in seguito al rinvenimento, nel bar  di famiglia, durante una perquisizione, di una scatola di munizioni. E’ detenuto nel carcere nazista di Via Tasso 145, da dove è prelevato il pomeriggio del  24 marzo 1944  per essere trucidato alle Fosse Ardeatine.

 

Unico GUIDONI, nato  a Viterbo il 22 gennaio 1923.

La sua famiglia si trasferisce a Roma, dove frequenta il Liceo Classico Virgilio, nel quale matura la sua scelta politica ed aderisce, con altri compagni di scuola, al Movimento comunista d’Italia “ Bandiera Rossa”.

Nel 1942 consegue la Maturità e si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza. Durante la Resistenza, svolge intensa attività clandestina in Bandiera Rossa.

Il 24 gennaio 1944 è arrestato insieme con altri militanti di Bandiera Rossa: Aladino Govoni

( Capitano dei Granatieri e responsabile delle formazioni armate del Movimento), Ezio Lombardi (impiegato) Uccio Pisino  (Ufficiale di Marina), Nicola Stame (cantante lirico e Sottufficiale dell’Aereonautica). Sono rinchiusi nel carcere nazista di Via Tasso 145 e condannati a morte dal Tribunale Militare Tedesco.Il pomeriggio del 24 marzo sono tutti trucidati alle Fosse Ardeatine.

 

Renzo PENSUTI, nato a Roma il 3 luglio 1918.

Dopo gli studi superiori, si iscrive all’Università La Sapienza.

Durante al Resistenza aderisce al Partito d’Azione. E‘ arrestato il  21 febbraio 1944 e detenuto nel carcere di Regina Coeli, da cui è prelevato il pomeriggio del 24 marzo 1944 per essere  trucidato alle Fosse Ardeatine.

 

Orlando POSTI ORLANDI, detto Lallo o Orladino , nato a Roma il 14 marzo 1926.

Studente dell’Istituto Magistrale Giosuè Carducci, nell’estate 1943, dopo la caduta del fascismo aderisce a 17 anni al Partito d’Azione.

Il 9-10 settembre 1943 combatte con altri giovani dell’ARSI ( tra cui il suo caro amico Nicola Rainelli) nel quartiere dei Prati Fiscali, al Ponte Salario. Dopo l’occupazione tedesca, si dedica, con altri giovani del suo quartiere di Montesacro alla propaganda antinazista ed al recupero di armi ed all’attività di sabotaggio.

Nell’ottobre 1943 costituisce con i suoi amici Agnini e Rainelli  e con altri giovani antifascisti del suo quartiere di Montesacro,l’Associazione Rivoluzionaria Studentesca Italiana –ARSI e partecipa alle manifestazioni all’Università ed allo sciopero generale della Scuola il 29 gennaio.

Il 3 febbraio 1944, nel corso di un rastrellamento effettuato dai tedeschi a Montesacro, per catturare i patrioti, in seguito a delazioni di spie al servizio dei nazisti, riesce ad avvertire i compagni dell’ARSI, che evitano la cattura. Nel primo pomeriggio, mentre si sta recando a casa, dato che la madre è in pensiero per lui, è arrestato in Corso Sempione,  davanti al bar gestito dal Sig. Bonelli, padre della sua fidanzata Marcella. E’ rinchiuso nel carcere nazista di Via Tasso, dove subisce vari interrogatori e la tortura ma non parla. Dal carcere  scrive 39 letterine, fatte avere alla madre ed a Marcella, nascoste nel colletto delle camicie da lavare, in cui racconta del suo arresto, della sua vita  nella “tomba di vivi” di Via Tasso, della fame, della stanchezza, per la mancanza di riposo, e delle torture subite. Racconta anche del suo sogno di diventare medico, come i suoi amici Agnini e Rainelli, studenti di Medicina.

Il 24 febbraio 1944 è portato nel carcere anche Ferdinando Agnini. Entrambi vengono trucidati il 24 marzo alle Fosse Ardeatine.

E’ decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare, alla Memoria.

 

Bruno RODELLA, nato a Guidizzolo (Mantova) il 17 ottobre 1926.

La famiglia si trasferisce a Roma, dove Bruno compie gli studi superiori e poi si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza. Quando sta per laurearsi, allo scoppio della guerra, nel giugno 1940, è  chiamato alle armi come Ufficiale dei Bersaglieri ed è assegnato alla Divisione Piave. Il giorno dell’Armistizio, l’8 settembre 1943, riesce con uno stratagemma a salvarsi dalla cattura dei tedeschi, insieme con una decina dei suoi  soldati. Entra nella Resistenza, aderendo al Partito d’Azione.

Il 1 gennaio 1944 è casualmente  arrestato dai tedeschi durante  un rastrellamento, con indosso documenti compromettenti. I nazisti quindi perquisiscono  la sua abitazione,nella quale trovano copie del giornale clandestino azionista L’Italia libera.  Per questo motivo, è processato e condannato dal Tribunale Militare Tedesco a 15 anni di reclusione e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, da dove è prelevato, il pomeriggio del 24 marzo 1944, per essere trucidato alle Fosse Ardeatine.

 

Felice SALEMME,nato a Napoli il 21 aprile 1921.

Si trasferisce con la madre  a Roma, dove compie gli Studi superiori e poi si iscrive all’Università La Sapienza.

Durante l’occupazione tedesca, benché malato di TBC, aderisce al Partito d’Azione e partecipa attivamente alla Resistenza.

E’ arrestato il 12 gennaio 1944 all’ospedale Carlo Forlanini, dove è ricoverato.

E’ sottoposto a tortura  per fargli confessare i nomi dei compagni, ma non parla. E’ condannato dal Tribunale Militare Tedesco all’ergastolo.

Il 24 marzo 1944, è prelevato dal carcere di Regina Coeli  per essere trucidato alle Fosse Ardeatine.

E’ decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare,alla Memoria.

                               

                        -  Ricordiamoli  sempre come lucido esempio di abnegazione per la libertà del nostro Paese   -

 

                                               [ ricerche storiche e articolo a cura di Giorgio Giannini - pubblicato da Administrator ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commemorazione Eccidio Fosse Ardeatine [comunicato]

Mercoledì  25  marzo  2015,  ore 17:30

 

- Casa della Memoria e della Storia -

Via San Francesco di Sales  5

 

                            

L’ANPPIA di Roma ha organizzato, in occasione della ricorrenza della Strage Nazi-fascista delle Fosse Ardeatine, l’incontro

 Fosse Ardeatine: storia infinita

Introduce

Guido Albertelli -   Presidente Nazionale ANPPIA

coordina

Claudio Fano -  Presidente ANPPIA Roma

 

   Intervengono

   Paolo Masini 

   (assessore alla Scuole e alle Politiche della Memoria Comune di Roma)  

   Stefania Limiti 

   (scrittrice)     parlerà della “Fuga di Kappler” dall’Italia

   Antonietta Corea 

    (direttore del Liceo Ginnasio Pilo Albertelli)    illustrerà il suo impegno verso gli allievi in merito alla trasmissione della memoria

                                                  Alcuni figli dei caduti presenti in aula ci racconteranno alcuni momenti della loro vita

 

[ pubblicato da Administrator ]

24 MARZO 1944 - La strage nazi-fascista delle Fosse Ardeatine

“ Il 23 marzo 1944 una colonna di S.S. tedesche di passaggio per via Rasella veniva attaccata da un gruppo di patrioti. 32 tedeschi vi lasciarono la vita. Il giorno seguente pressa poco alla stessa ora centinaia dì detenuti politici venivano fatti affluire al pianterreno di Regina Coeli. Molti di essi vennero chiamati dalle loro celle con il pretesto che sarebbero stati messi in libertà o portati al lavoro obbligatorio. Tuttavia, allorché ciascuno fu obbligato a spogliarsi della giacca e del cappotto e le mani furono legate dietro la schiena, pochi si fecero illusioni sulla vera destinazione e sulla propria sorte. Furono avviati sugli autocarri che stazionavano fuori del carcere e di lì furono trasportati a certe vecchie cave nei pressi delle catacombe di S. Callisto. 
Che cosa accadde effettivamente in quel luogo alla fine di quel giorno ed il giorno seguente possiamo dirlo solo con una certa approssimazione: molte cose si possono immaginare su quell’ammasso di salme in stato di avanzata decomposizione riesumate alcuni mesi dopo la liberazione dì Roma. Secondo quanto è stato accertato gli ostaggi furono uccisi uno per uno o forse a gruppi, quindi le entrate delle cave furono fatte saltare in aria ed il luogo rimase desolato fino all'arrivo degli Alleati. 
Ricorre in questi giorni il primo anniversario della strage delle Fosse Ardeatine. A distanza di un anno il dolore delle famiglie si è rassegnato e quanto di inaudita ferocia e di infamia aveva l'avvenimento è quasi passato in seconda linea nelle nostre considerazioni. 
Il destino dei grandi fatti umani è proprio questo: di perdere a poco la volta quei caratteri crudi e spietati per imporsi nel loro intimo significato alla spirito, per divenire espressione del travaglio e della fatica umana. 
Pure, siamo ancora troppo vicini alla strage perché essa già si imponga a noi come un simbolo. Noi ci sentiamo troppo stretti ancora all’individualità di quei caduti. Essi sono stati i nostri recenti compagni dì lotta. Essi sono caduti al nostro fianco ed il ricordo che noi conserviamo di loro è ancora cocente, il vuoto che hanno lasciato è ancora incolmabile, la loro fine è ancora avvolta, nel nostro animo, di quanto oscuramente tragico ed incomprensibile vi è nelle manifestazioni della irrazionalità. 
E' per questo che noi del Partito d'Azione, commemoriamo oggi i mostri morti. Oggi sono ancora troppo nostri per cederli alla storia del nostro paese. 
Non v'è dunque in questa particolare rievocazione nessuna iattanza. Vi è solo il desiderio di rivivere l'anniversario nel particolare ricordo dei nostri compagni, di ripercorrere nello spazio di quest'anno che abbiamo lasciato alle nostre spalle, la storia del dolore della loro scomparsa, di un dolore che si compone e si scioglie dati ceppi del sentimento per entrare man mano nella sfera della libertà dello spirito. 
La guerra non è ancora finita, la battaglia che noi intraprendemmo è ancora in corso, più che mai viva, più che mai decisiva peti il nostro avvenire. Oggi vi è un solo modo di onorarle i morti : sentire che i nostri morti sono un impegno da non dimenticare. A questo impegno noi dobbiamo far fronte giorno per giorno, lavorando, riconquistando la stima di noi stessi e la fiducia nel paese, la fiducia del paese. 
Un giorno ci saranno delle lapidi e dei monumenti, e se il nostro impegna sarà stato mantenuto, la nuova società italiana ricorderà la generazione dei pionieri, riconoscerà negli scomparsi la forza e il lievito dell'avvenire. 
La strage delle Fosse Ardeatine ha un particolare significato nella storia di Roma. La storia del nostro paese è prevalentemente una storia di città. Ciascuna città italiana ha proprie tradizioni, ha una propria storia ed in questo storia certi avvenimenti assumono un'importanza determinante del carattere e del tono della città. Inoltre questi avvenimenti hanno una certa forza coesiva nella società in cui si sono verificati, al di sopra dì ogni classe sociale, e danno un'atmosfera. 
Roma non ha tradizioni simili poiché la sua storia ha troppo le impronte dell'universale. I fatti della storia di Roma appartengono prevalentemente all'Europa ed all'Italia. La stessa Repubblica romana del '49, gli episodi di Villa Medici e dei Vascello sono legati al nostro Risorgimento e non hanno lasciato un solco particolare nell'animo dei romani. 
Ciò che è avvenuto il 24 marzo 1943 ha colpito direttamente Roma». Quel grande massacro passerà nella storia come il simbolo della resistenza della città ed i romani riconosceranno i loro caduti, sentiranno nel loro sacrificio un apporto decisivo allo spirito della cittadinanza, alla coesione ed alla solidarietà di tutte le classi social». 
E le Fosse Ardeatine costituiranno la prima pietra del rinnovamento della città.” 

[ NdR - tratto da "Quaderno" del Partito d’Azione-24 marzo 1945 -Tipografia "Et Ultra", Roma - Via Roma Libera,10 ]


24 marzo 1944... mio Padre PILO ALBERTELLI

      Nel’44, quando morì mio padre Pilo, avevo 11 anni. Quell’anno, nel carattere, divenni uomo perché l’eredità di affetti e di esempi era pesante per un fanciullo.

Nei mesi dal settembre ’43 al marzo ’44 io non compresi perché mio padre fosse diverso dagli altri. Aveva una vita strana. A casa stava pochissimo e non parlava mai di quello che aveva fatto. Certo mi sembrava anomalo che passassimo da un appartamento all’altro dopo brevi periodi. Sembrava che ci nascondessimo da qualcuno. Infatti fuggivamo in un orario vicino al coprifuoco di corsa con mia madre che ci teneva per mano.

         Di quel tempo ricordo il bombardamento di S.Lorenzo, quello di Via Bari dove un tram fu colpito restando fermo li come un monumento di tragedia, gli incontri di mio padre nel salotto di casa con gente sconosciuta che parlava piano, fumava e andava via presto. Tutto questo era una vicenda vissuta da un adolescente che comprendeva che esisteva un segreto che non poteva sapere.

         Morire è un atto naturale, ma quando si muore in modo violento nel buio di una grotta lasciando di se solo un cadavere indistinto, il dramma per la moglie e i figli per gli anni a venire resta profondo e non si riesce a mandarlo via.

Resta il ricordo vivo in molti altri che lo amavano e quando li incontravi dicevano all’amico vicino”E’ il figlio di Pilo” e tu non sapevi se le parole ti facevano bene o ti facevano male.

         Mio padre era un bell’uomo, alto, distinto, coltissimo e di grande fascino. Morì giovane a trentasette anni ma in un breve periodo fu capace di lasciare un’eredità di affetti e di nobiltà d’animo e un esempio di vita dedicata agli ideali, alla scuola e alla lotta che non muore negli animi liberi.

 A Roma, a Parma e a Livorno non solo è ricordato con tre scuole e tre strade a lui titolate ma non c’è anno che professori e studenti non ne parlino con affetto e ammirazione.

         Questo avviene anche perché mio padre fu apostolo nell’insegnamento di libertà attraverso le sue lezioni di filosofia e contemporaneamente attivo nella vita a dimostrarne la verità. Molti suoi alunni scelsero, sulla base delle sue lezioni, la via dell’onore ossia la lotta nella Resistenza.

         A vent’anni iniziò a combattere il fascismo, fu incarcerato, condannato a cinque anni di confino, perseguitato dalla polizia qualunque cosa facesse e ovunque si trovasse. Mia madre diceva che quando  passeggiavano da fidanzati erano sempre in tre.

         Tutti gli anni trenta furono da lui dedicati alla scuola e alle pubblicazioni sulla filosofia greca, ancora oggi attuali. Nel ’41 lasciò, per essere più libero nell’azione, l’insegnamento presso il Liceo ginnasio Umberto I°, che oggi è a lui titolato. Ed è importante che io rilevi che nel primo dopoguerra fu tolto il nome di un Re ad un grande Istituto statale per mettervi il nome di un professore.                                                                                        

         Fu a S.Paolo l’otto settembre, iniziando ad usare un’arma, lui di animo mite. Così da allora il professore visse un’esistenza da ribelle partecipando ad azioni contro i nazisti, trasportando fucili e “chiodi a quattro punte” e insegnando ai compagni di lotta, molti dei quali operai, artigiani e soldati, i concetti della fede democratica ed i metodi per affermarli.Da comandante di tutte le formazioni armate del Partito d’Azione fu infaticabile, coraggioso, imprendibile.

         Fino al primo marzo del ’44 quando in Largo S.Susanna un compagno lo prese sottobraccio. Lui non sapeva che era il segnale di un rinnegato che lo aveva venduto per denaro alla Banda Kock. Lo portarono alla Pensione Oltremare, luogo segreto ed  illegale di tortura.

Non parlò e fu inviato dopo venti giorni a Regina Coeli ferito e stremato.

Lo vedemmo il 21 nel carcere per una visita accordata a mia madre.

Era quasi irriconoscibile. Non riusciva ad alzarsi dalla panca. Noi non avevamo lacrime da versare. Solo lo sguardo  esprimeva a mia madre la fierezza per il dovere speso e a noi il dispiacere  per averci dovuto lasciare.

         E venne buio.

Per tanti giorni a Roma non si seppe cosa era successo in quelle cave.

        Mia madre andò al carcere tutti i giorni dopo il 24 marzo ma le dicevano

”è prigioniero” e le consegnavano degli effetti tra i quali libri e camicie insanguinate.

Ma arrivò ad ogni famiglia una lettera in tedesco dal comando nazista. Mia madre, che non conosceva la lingua, telefonò ad una amica. Così la certezza della morte arrivò sul filo, implacabile.

      Quando giunse il giorno della Liberazione e vedevo dal balcone sfilare le truppe alleate,  pensavo al babbo assente in un giorno sognato tutta la vita da coloro che si battono per un Paese giusto e libero.

                                                                                                          [  Guido Albertelli  ]

(8 Marzo) Le donne nella Resistenza

Le donne nella Resistenza Italiana rappresentarono una componente fondamentale per il movimento partigiano nella lotta contro il nazifascismo. Esse lasciarono i loro ruoli di donne e di madri e lottarono per riconquistare la libertà e la giustizia del proprio paese ricoprendo funzioni di primaria importanza.

In tutte le città le donne partigiane lottavano quotidianamente per recuperare beni di massima necessità per il sostentamento dei compagni. Vi erano gruppi organizzati di donne che svolgevano propaganda antifascista, raccoglievano fondi ed organizzavano assistenza ai detenuti politici ed erano impegnate anche nel mantenimento delle comunicazioni oltre che nelle operazioni militari.

Le donne che parteciparono alla Resistenza, facevano parte di organizzazioni come i Gruppi di Azione Patriottica (GAP) e le Squadre di Azione Patriottica (SAP), e inoltre, fondarono dei Gruppi di Difesa della Donna, "aperti a tutte le donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica o religiosa, che volessero partecipare all'opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione",  per garantire i diritti delle donne, sovente diventate capifamiglia, al posto dei mariti arruolati nell'esercito.

Per decenni a livello storiografico ed istituzionale il contributo delle donne alla Resistenza non è stato mai adeguatamente riconosciuto, rimanendo relegato ad un ruolo secondario, che scontava "di fatto" una visione in cui anche la Lotta di Liberazione veniva "declinata" al «maschile».

 I dati ufficiali della partecipazione femminile alla Resistenza hanno scontano inoltre criteri di riconoscimento e di premiazioni puramente militari, non prendendo in considerazione i "modi diversi", ma non per questo meno importanti, con cui le donne parteciparono ad essa. Per questi motivi si parla di Resistenza taciuta.

 

                                                                            [ fonte Wikipedia – pubblicato da Administrator ]

Questo è un Uomo

La cascina Raticosa è un rifugio sui monti sopra Foligno che durante la Resistenza ospitò il comando della quinta brigata Garibaldi.

Nei giorni scorsi qualche nostalgico dello sbattimento di tacchi ha rubato la targa commemorativa e disegnato una svastica enorme sul muro.

Forse non sapeva che nei pressi della cascina, in una notte di febbraio del 1944, ventiquattro partigiani appena usciti dall’adolescenza erano stati catturati dai nazisti, caricati su vagoni piombati e mandati a morire nei campi di concentramento del Centro Europa.

O forse lo sapeva benissimo e la cosa gli avrà procurato ancora più gusto.

Però non poteva immaginare che tra quegli adolescenti ce ne fosse uno scampato alla retata.

Sopravvissuto fino a oggi per leggere sulle cronache locali il racconto dell’oltraggio.  

Mentre tutto intorno le Autorità deprecavano e si indignavano a mani conserte, il signor Enrico Angelini non ha pronunciato una parola. Ha preso lo sverniciatore, il raschietto, le sue ossa acciaccate di novantenne ed è tornato al rifugio della giovinezza per rimettere le cose a posto.

Con lo sverniciatore e il raschietto ha cancellato il simbolo nazista.

E dove prima c’era la targa ha appoggiato una rosa. 

  [ dal quotidiano “La Stampa” ,  articolo di Massimo Gramellini -  pubblicato da Administrator]

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