UNA RIFLESSIONE SUL “GIORNO DELLA MEMORIA”

UNA RIFLESSIONE SUL “GIORNO DELLA MEMORIA” 

 

 

Il “Giorno della Memoria”, che ricorre il 27 gennaio (giorno in cui è stato liberato nel 1945 dai soldati sovietici il Campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau) è stato istituito in Italia con la L.20/07/2000 n. 211, approvata all’unanimità dal Parlamento.

   Lo scopo della Legge è quello di ricordare non solo la Shoah(lo sterminio di 6 milioni di ebrei europei da parte dei nazisti) e la persecuzione  dei cittadini italiani ebrei, dopo l’emanazione delle Leggi Razzialida parte del regime fascista nel 1938, e la loro deportazione dei Campi di sterminio, ma anche la deportazione in Germania, sia degli oppositori politici catturati durante l’occupazione nazista del nostro Paese, dal settembre 1943 all’aprile 1945, sia dei soldati italianicatturati sui vari fronti di guerra dopo l’armistizio dell'8 settembre 1943.

   La Legge si propone inoltre di ricordare <<coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati>>. Molte di queste persone sono state riconosciute come “Giusti tra le Nazioni” dal Governo di Israele ed a loro memoria è dedicato un albero nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme, nel quale sono ricordati circa 20.000 Giusti, 300 dei quali sonio italiani.

    La Legge prevede che il 27 gennaio di ogni anno siano organizzati su quanto è accaduto <<cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado>>(anche con protagonisti e testimoni di quelle tragiche vicende),perché i giovani sono il futuro del Paese, allo scopo di <<conservare la memoria  di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese ed in Europa, affinché simili eventi non possano mai più accadere>>. Infatti, chi non conosce la storia è inevitabilmente destinato a ripeterla.

    L’esigenza di conservare la memoria è molto sentita ai nostri giorni, dato che cresce l’indifferenza della popolazione, soprattutto delle nuove generazioni, a ricordare quei tragici fatti. Purtroppo, ci sono anche tentativi di revisionismo storico, tendenti a negare addirittura fatti ampiamente documentati, come la deportazione nei Campi di sterminio, dove sono stati barbaramente trucidati molti milioni di persone.

     Le Istituzioni nazionali e locali hanno un importante ruolo da svolgere nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica, soprattutto dei giovani. Al riguardo, è molto meritevole l’attività svolta da vari Enti locali che, compreso il Comune di Roma,  conducono ad Auschwitz delegazioni di studenti delle scuole superiori cittadine, accompagnati da ex deportati sopravvissuti allo sterminio, i quali hanno la funzione di fare di quegli studenti dei “nuovi testimoni” della barbarie nazista, raccontando ad essi la loro tragica  vicenda  proprio nel luogo in cui l’hanno  vissuta e sofferta.

     Inoltre le Istituzioni devono agire concretamente al fine di sensibilizzare soprattutto i giovani, che rappresentano il futuro del Paese, a ricordare le tragedie vissute  da tutte le vittime  del regime nazista, affinché essi si impegnino a creare  una società senza pregiudizi di alcun tipo (né culturali, né religiosi, né politici, né sessuali, né sociali…), nella quale tutti gli  individui  siano effettivamente “uguali”  e  quindi  non ci siano più persone da discriminare e da perseguitare perché considerate “diverse” per il colore della pelle, per il credo religioso e per la vita sessuale. Purtroppo, questo obiettivo è ancora lontano perché il pregiudizio verso i “diversi” quali gli immigrati extracomunitari, i Rom, gli omosessuali, i diversamente abili, è ancora presente, con tutte le conseguenze che ne derivano.

      Pertanto si devono ricordare oltre alla Shoah (il genocidio degli ebrei), anche   gli stermini dimenticati”, attuati dai nazisti sulle persone considerate “razzialmente inferiori”, quali i Rom-Sinti, sulle persone ritenute “indegne di vivere”, come i malati di mente ed i diversamente abili, e sugli individui considerati elementi negativi per la Società come gli omosessuali.

      A questo scopo è opportuna la integrazione della Legge n.211 del 2000 in modo da prevedere che nel Giorno della Memoria si ricordi anche la eliminazione dei Rom e Sinti e dei disabili, la persecuzione degli omosessuali e dei testimoni di Geova. Al riguardo, già nel giugno 2006 è stato presentato al Senato il Disegno di Legge n. 726 (primo firmatario la Sen. Tiziana Valpiana) che è stato ripresentato nell'aprile 2014 dal Sen. Cervellini ed il 12 febbraio 2019, con il n. 1058, dalle Senatrici Loredana De Petris e Monica Cirinnà. Inoltre una Circolare del gennaio 2020 del MIUR (Ministero della Istruzione, della Università e della Ricerca) ha previsto che in occasione del Giorno della Memoria, nelle Scuole di ogni ordine e grado, si informino gli studenti anche sulla persecuzione e la eliminazione dei Rom e Sinti e dei disabili e sulla persecuzione degli omosessuali e dei testimoni di Geova, al fine di superare << quelle forme di razzismo che ancora oggi vedono quei gruppi sociali  vittime di pregiudizi  e di discriminazioni >>.

     Inoltre, il 12 gennaio 2020 è stata sottoscritta a Cracovia una Carta d'intenti (denominata Carta di Cracovia) tra il MIUR, il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), l'UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e l'UNAR (Ufficio  Nazionale Antidiscriminazioni Razziali),  con la quale i suddetti Enti <<si impegnano a promuovere un programma pluriennale di attività in merito alla Memoria dei tragici avvenimenti legati alla Shoah, al ricordo di tutte le vittime delle persecuzioni razziali e discriminatorie  e di chi si oppose al progetto di sterminio nazi-fascista (Ebrei, deportati militari, oppositori politici, Rom e Sinti, Giusti tra le Nazioni, Testimoni di Geova, omosessuali)>>. Purtroppo, la Carta di Cracovia non prevededi ricordare la eliminazione dei disabili, considerati “vite indegne di essere vissute”. 

     Infine, il Giorno della Memoria non deve diventare una mera celebrazione retorica (come purtroppo è accaduto per la Festa della Liberazione del 25 aprile, in cui si ricorda la lotta partigiana per la libertà dall’occupazione nazifascista del Paese). Deve essere non solo un momento per ricordare soprattutto ai giovani quello che è stata la barbarie nazista, ma deve servire, soprattutto, ad evitare che, attraverso un adeguato progetto educativo, simili eventi accadano di nuovo. Ci auguriamo che le Istituzioni ad ogni livello si impegnino a questo scopo.

                                                                                                            a cura di Giorgio Giannini

                                  [pubblicato da Administrator]

 

In ricordo di Nedo Fiano

«Colui che dimentica diventa complice degli assassini: una società come la nostra non deve trascurare il dolore e dimenticare il passato » è uno degli eloquenti ammonimenti che Nedo Fiano ha usato per metterci in guardia dal pericolo di ricomparsa del fascismo e delle sue logiche violente e assassine.

Nedo Fiano, tra gli ultimi sopravvissuti di Auschwitz, ci ha lasciati all’età di 95 anni in quella che era diventata la sua seconda patria: Milano.

Per quarant’anni, instancabile, ha fatto dell’antifascismo una pratica quotidiana, ammonendo le giovani generazioni sui pericoli del bestiale rigurgito al quale ha sempre anteposto, con tenacia, la fiamma viva della memoria.

Ha raccontato ovunque la sua esperienza maturata nell’ultimo periodo, quello più terribile, coincidente con la vergognosa “soluzione finale”, lo sterminio sistematico della popolazione ebraica.

Nedo Fiano fu deportato il 16 maggio 1944 e trascorse quasi un anno nei lager, prima ad Auschwitz dove trovarono la morte tutti i suoi famigliari e, negli ultimi giorni, a Buchenwald dove era stato trasferito dai nazisti in fuga.

Il circolo “Giustizia e Libertà” di Roma si stringe ai suoi famigliari con l’impegno di proseguire la battaglia di Nedo Fiano per tener viva la memoria della Shoah anche in sostegno alla proposta di legge intestata ad Emanuele, figlio di Nedo, che introduce il nuovo reato di propaganda del regime fascista e nazista. La legge, composta da un solo articolo, già approvata in prima lettura dalla Camera dei Deputati della precedente legislatura, resta ancora impigliata nelle maglie procedurali del Parlamento.

Il modo migliore per proseguire una battaglia non ancora vinta, nella convinzione che Giustizia e Libertà possano essere sostantivi di piena attuazione solo dopo aver debellato il male del fascismo che ancora striscia subdolo nelle pieghe recondite della società italiana, insinuandosi laddove la memoria è cancellata, laddove la cultura non riesce a sopraffare l’ignoranza.

 

                                                                            (Enzo Di Brango)

 

[pubblicato a cura di Administrator]

SANTINO SERRANO’ PARTIGIANO SICILIANO

Il 6 agosto 2020 è morto a Catania Santino Serranò, all’età di 97 anni, l’ultimo partigiano vivente dei tanti siciliani che parteciparono alla Lotta di Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. L’ANPI Sicilia lo ricorda come “una figura integerrima che ha contribuito a liberare l’Italia, martoriata e disonorata dalle atrocità fasciste” esprimendo “condoglianze alla famiglia, e solidarietà all’ANPI di Catania”.

Nato a Siracusa il 23 aprile del 1923, residente da tanti anni nel capoluogo etneo, all’atto dell’armistizio del’8 settembre era militare nella Marina in Liguria, nel presidio di La Spezia. Successivamente, dopo un breve periodo di rifugio a Vezzano Ligure, si aggregò alle formazioni partigiane operative in Liguria. Per lungo tempo fece parte della Brigata Lunigiana di “Giustizia e Libertà”, comandata da Amelio Guerrieri, nel battaglione  ”Antonio Cintoli”  operativo nella IV^ zona.

 Santino Serranò partecipò alla battaglia del Monte Gottero, uno degli episodi più rilevanti della Lotta di Liberazione nella provincia di La Spezia.

Il 20 gennaio 1945 da parte di 20.000 nazifascisti iniziò un grande rastrellamento contro le formazioni partigiane, composte da oltre 2.500 unità, che si trovavano nell’area della IV^ Zona. La battaglia e le operazioni di sganciamento durarono per molti giorni. Grandissime le difficoltà e le perdite della formazione di  ”Giustizia e Libertà”.

Serranò, dopo lunghe peripezie vissute con il suo battaglione, in una zona totalmente ricoperta dalla neve, martoriato dal freddo intenso, riuscì a salvatasi dall’accerchiamento nazifascista.

La Colonna Giustizia e Libertà fu la più numerosa tra le formazioni partigiane, diretta emanazione del Partito d’Azione, apparve a La Spezia dopo il 25 luglio 1943.

Le radici della sua storia si trovano a Val di Termini e a Torpiana di Zignago tra il dicembre 1943 e il febbraio 1944; la formazione nacque, in parte sotto la spinta di alcuni rappresentanti del Partito d’Azione, tra i quali il genovese Giulio Bertonelli, in parte con il decisivo apporto di elementi locali, quali il gruppo di uomini raccolti attorno alla figura di Vero Del Carpio (Boia); la sua “banda” accoglierà anche gli uomini del vezzanese Gruppo Bottari.

Torpiana fu anche la prima sede del Comando Militare del C.L.N.P. spezzino, già sotto il coordinamento di Mario Fontana.

La Colonna “Giustizia e Libertà” fu dislocata nelle zone di Zeri, Rossano, Sesta Godano, Rocchetta e Calice e operò, in una prima fase, col nome di Brigata d’Assalto Lunigiana (ufficialmente dal marzo ’44). Il suo comandante fu Vero del Carpio (Boia). Il Comando fu situato sul Monte Picchiara, almeno fino al rastrellamento del 3 agosto. Il Monte Picchiara fu inoltre sede del campo base ove atterravano i materiali lanciati dagli alleati.

Dopo il rastrellamento del 3 agosto ’44 la Colonna fu divisa in 6 compagnie che formano due battaglioni. Il primo, il Val di Vara, sotto il coordinamento di Daniele Bucchioni (Dany), il secondo, lo Zignago, agli ordini di Ermanno Gindoli.
Vero Del Carpio fu il comandante della Colonna fino al momento in cui, passate le linee nel novembre ’44, si recò nell’Italia liberata, a Firenze, continuando la sua opera in favore della Resistenza. Lorenzino Tornabuoni (Cino, Otello) ereditò il ruolo di Del Carpio nella formazione.

Negli ultimi anni, Santino Sorgonà è stato presidente onorario dell’ANPI di Catania, partecipando sempre, con grande entusiasmo, vigore e lucidità, alle iniziative in memoria delle lotte partigiane e nella ricorrenza del 25 Aprile, Giornata della Liberazione.

Santino Serranò rappresenta anche un’importante testimonianza storica a dimostrazione che la lotta partigiana di Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo fu una lotta di tutti gli italiani, inclusi i numerosi meridionali che diedero un notevole contributo con la Loro partecipazione.

Roma, 08 agosto 2020

                                                                                             [ Salvatore Rondello ]

Si ringrazia Gianluca Mangano, socio di questo Circolo per aver segnalato la scomparsa del partigiano Santino Serranò, commemorato anche sulle pagine del giornale “La Sicilia”.

                                                               [ pubblicato a cura di Administrator ]

La Repubblica, Bruno Buozzi e Pietro Nenni

 

Il 4 giugno 1946, in serata, si conoscono i risultati del referendum istituzionale. Ha vinto la Repubblica. Le elezioni dell’Assemblea Costituente registrano un grande successo per i socialisti. Il PSI prende più voti del PCI (20,68% contro il 18,93%) classificandosi come il primo partito della sinistra.

Il 18 giugno la Corte di Cassazione proclama i risultati definitivi. Ecco i dati: Referendum elettori 28.005.449: 12.717.928 voti a favore della Repubblica, contro 10.769.284 per la Monarchia; voti nulli e schede bianche 1.498.138. Assemblea Costituente: 8.101.004 voti (35,21%) alla Democrazia Cristiana, 4.758.129 voti al Partito Socialista (20,68%), 4.356.686 voti (18,93%) al Partito Comunista, voti nulli 1.936.708; schede bianche 643.067 (2,6%).

Nettamente minoritario si rivela il peso della Destra, diviso tra liberali (Unione Democratica Nazionale con il 6,79%), qualunquisti (Fronte dell’Uomo Qualunque con il 5,27%) e monarchici (Blocco Nazionale delle Libertà con il 2,77%). Le elezioni registrano anche una variegata e plurale presenza di culture politiche tra cui, oltre i partiti menzionati, il Partito Repubblicano Italiano (con il 4,36%) e il Partito d’Azione (con 1,45%). Tra i piccoli partiti il Movimento per l’indipendenza della Sicilia 171.201 (0,74%).

La vittoria sul referendum fa decadere la Monarchia (Umberto II° va in esilio; parte per il Portogallo il 13 giugno). Capo provvisorio dello Stato diviene il liberale Enrico De Nicola. Il socialista Giuseppe Saragat viene eletto Presidente della Costituente e Alcide De Gasperi Presidente del Consiglio (il Governo è composto da DC, PCI, PSI e PRI).

Pietro Nenni nei suoi Diari così ricorda la vigilia del voto:

2 giugno 1946: Romita mi ha telefonato che in tutto il Paese c’è calma assoluta e larga partecipazione di elettrici ed elettori.

4 giugno: giornate di ansia. Solo stasera cominciano a precisarsi i risultati del referendum. La vittoria repubblicana è considerata certa da Romita… il Re, mi ha detto De Gasperi, è rassegnato alla sua sorte. Mentre parlava dei preparativi per la partenza ha detto: ”pensate alle donne. Io posso partire in scialuppa”……Stamattina il bel Peppino (Saragat) che non sta nella pelle, ha raccontato a Togliatti e a me di aver saputo da Lupinacci che la regina Maria Josè ha votato per i socialisti dando la preferenza a lui…… Sono stato nel pomeriggio al Verano sulla tomba di Bruno Buozzi; al mattino a La Storta, sul luogo della sua fucilazione. Povero Bruno! Se vinciamo lo dobbiamo anche al suo sacrificio.

È commovente Pietro Nenni. Sente di rendere partecipe della vittoria Bruno Buozzi che due anni prima era stato assassinato alla Storta dai nazisti in fuga da Roma appena liberata dagli alleati. Il 4 giugno 1944 è siglato l’accordo tra comunisti, socialisti e democristiani per costituire la CGIL unitaria che per volere di Bruno Buozzi ha nella sigla la parola Italia a significare l’apporto e il contributo dei lavoratori per il ritorno della democrazia nel nostro paese.

Nenni rivendica con orgoglio le battaglie fatte contro il fascismo.

Nenni ha una lunga consuetudine di militanza comune con Bruno Buozzi. Hanno una forte affinità di temperamento, di formazione, una tendenza alla osservazione della vita perché tutti e due da giovani hanno dovuto risolvere da soli e subito il duro problema del pane quotidiano e della conoscenza, del sapere. Erano degli autodidatti. Erano coraggiosi. Audaci. Intransigenti sui valori della libertà, della democrazia, dell’eguaglianza, del lavoro. Tennero alta la fiaccola della fede e della speranza del riscatto dell’Italia. In esilio riuscirono a fare dell’antifascismo un problema europeo e non solo un problema nazionale ed italiano. “L’Italia vera, l’Italia eterna” dicevano Turati, Nenni e Buozzi, non parla dal balcone di Palazzo Venezia ma dall’aula del Tribunale Speciale.

È vero era stata persa nel 1925 la battaglia politica con il fascismo. Vittorio Emanuele III aveva appoggiato il fascismo, dopo l’Aventino, ed in crescendo aveva confermato le leggi eccezionali, lo scioglimento dei partiti e dei sindacati, l’avventura etiopica, le leggi razziali, l’alleanza con il nazismo, la partecipazione alla seconda guerra mondiale.

Dopo il 10 giugno cominciò per gli antifascisti un’altra dura battaglia e in questa battaglia il posto di Bruno Buozzi fu come sempre all’avanguardia. Arrestato a Parigi dalla Gestapo, tenuto lunghi mesi nelle carceri parigine, tradotto in Germania di prigione in prigione, consegnato alla polizia italiana alla frontiera del Brennero.

A contatto col paese egli intuì subito che eravamo nella fase conclusiva del dramma e che bisognava mobilitare tutte le energie popolari per porre fine alla guerra. Da qui il suo incitamento agli operai di Torino di intensificare la lotta. Con Giovanni Roveda organizzò gli scioperi del marzo 1943 che diedero un grande impulso alla lotta contro la guerra fascista.

Il 25 luglio, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, viene sfiduciato Mussolini. Il re lo fa arrestare e trasferire prima a Ponza, poi sul Gran Sasso.

La lotta di migliaia di antifascisti ha scavato la fossa al fascismo. È stata la resistenza dei ceti intellettuali italiani e dei ceti popolari che tolse al fascismo ogni linfa vitale.

“Il 25 luglio – osserva Nenni – portava in sé un pericolo che Bruno Buozzi avvertì: il pericolo insito in tutte le rivoluzioni di palazzo, la rivoluzione dall’alto, che vogliono prevenire le rivoluzioni dal basso, incatenandole, sterilizzandole, cloroformizzandole, arrestandole lo slancio creativo. Se dal 25 luglio al 9 settembre i quarantacinque giorni di regime monarchico-badogliano non hanno suscitato le forze di resistenza che il 9 e 10 settembre potevano mutare il destino del paese, è perché i congiurati di Palazzo Venezia e del Quirinale non esprimevano la volontà del paese, erano intenti non a salvare la nazione ma a salvare le istituzioni, gli interessi, gli uomini che per venti anni avevano fatto causa comune col fascismo, erano il fascismo quanto e più dello stesso Mussolini e dei gerarchi in quanto detenevano nelle loro mani la potenza del denaro di cui la potenza politica è soltanto la sovrastruttura o la spuma. Se quel giorno l’esercito non fosse stato abbandonato a se stesso, senza ordini e senza direttive, oggi Roma non sarebbe una città occupata ma noi avremmo conquistato col combattimento il diritto di essere tenuti in conto di alleati”.

Sottolinea Nenni. Coloro che il 9 settembre, quando i popolani di San Paolo e di Testaccio, quando gli ufficiali che reagirono all’onta della resa, quando i soldati che non volevano disertare, chiedevano armi, presero la via di Pescara, hanno preso una via senza ritorno. Storicamente, la fuga di Pescara è l’equivalente della fuga di Varennes e da Varennes si va al Tempio, dal Tempio alla ghigliottina. Non si ritorna in trono.

Nenni, il 4 luglio del 1944, ad un mese dall’assassinio di Bruno Buozzi, in un discorso al teatro Adriano di Roma, dice a presenti: “ora vi leggerò che oggi avrebbe detto Bruno Buozzi se fosse vivo qui con noi. La partecipazioni del nostro popolo alla guerra condiziona il nostro riscatto nazionale. Noi non domandiamo agli alleati nessuna elemosina, ci risparmino le loro sigarette, non ci neghino i fucili che decine di migliaia di giovani reclamano coscienti come sono che è col loro sacrificio che si può rifare il paese.

Finora questo appello è rimasto inascoltato e avremmo fra non molto il diritto di dire che dietro le parole di fraternità si cela un certo disprezzo che non meritiamo e non accettiamo.

La Costituente se ce la offrono come un diversivo elettorale, se ce lo promettono come un espediente che calma e attenua le impazienze, si sbagliano. La Costituente sarà una cosa seria e per essere una cosa seria bisogna che attorno ad essa il popolo monti la guardia senza un minuto di pausa; perché sia una cosa seria essa deve iscrivere nel suo programma tre rivendicazioni principali attorno alle quali il partito socialista chiamerà a raccolta tutti i cittadini d’Italia. La repubblica prima di tutto, una repubblica presidiata dal popolo in armi, che sia l’espressione dei lavoratori, non un dono di classi dirigenti che vogliono salvarsi dietro il berretto frigio. Il processo dei responsabili dell’abuso di potere che va dal 28 ottobre 1922 al 10 giugno 1940, al 25 luglio ’48. La Costituente deve costituirsi come supremo tribunale del popolo per giudicare Mussolini e il re…

Il lavoro fa rinascere la civiltà dove la guerra ha tutto distrutto e saluterà il mondo nuovo che rinasce sulle rovine del vecchio mondo.

Aggrappiamoci a questa speranza, a questa certezza: ci salveremo col lavoro liberato dallo sfruttamento del capitalismo e dal socialismo ricondotto alla fatica senza fatica dei costruttori di una nuova civiltà”.

[ articolo di Giorgio Benvenuto del 4/06/2020 pubblicato  su AVANTI ! online ] 

[nella foto del titolo Bruno Buozzi]              

                                                                                                                             

                                                                                                    ( pubblicato da Administrator )

 

Una poesia di Salvatore Quasimodo

 

  Alle fronde dei salici” di Salvatore Quasimodo è stata composta nel 1944 e pubblicata per la prima volta su una rivista nel 1945, per poi essere inserita nella raccolta “Giorno dopo giorno” del 1947.

La poesia è stata scritta in seguito all’armistizio con le truppe anglo-americane, durante l’occupazione nazista di Milano.

Con quest’opera Quasimodo si allontana definitivamente dall’Ermetismo e dal suo individualismo avvicinandosi a una poesia mirata alla riscoperta dei valori di una società collettiva. La riflessione di Quasimodo in questa poesia è volta al significato e al ruolo della poesia stessa, muta e priva di valore dinanzi all’orrore e al dolore provocati dalla guerra".                                                                                                                                                                                                                                                                 Il testo della poesia         “Alle fronde dei salici”

E come potevano noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

                                                                                                 L'ANALISI

Questa poesia, uno dei più celebri componimenti di Salvatore Quasimodo, è composta da dieci endecasillabi sciolti.

Come già accennato, questa poesia testimonia il passaggio dal Salvatore Quasimodo ermetista a quello del dopoguerra, fatto di testi concreti e calati nella storia, una poesia forgiata negli orrori della guerra vissuti dall’uomo.

Il tema affrontato ne “Alle fronde dei salici” è chiaro fin da subito: Quasimodo parla di come si vive da poeta durante la Seconda guerra mondiale, nel periodo della resistenza ai tedeschi.

La poesia è stata costruita a partire da un passo biblico, il Salmo 136, che racconta degli israeliti che, deportati a Babilonia, si rifiutano di cantare lontani da casa loro.

Questo passo è contestualizzato nel recente passato di Quasimodo, che ha vissuto come tutti L'oppressione dall’invasore tedesco, costantemente circondato da dolore e morte. In questo contesto è impossibile per il popolo, per i poeti, abbandonarsi al canto e alla scrittura.

Nella poesia si passa da un io privato a un “noi” che sa di popolo, di disperazione condivisa.

Sul finale si intravede la riflessione sulla poesia in quella cetra appesa, poiché nemmeno i poeti possono più cantare; la poesia rimane impotente e sconcertata davanti alle brutture del conflitto mondiale. La guerra è letta solamente come l’invasione straniera, in questo caso, vista attraverso gli occhi delle tante vittime italiane e senza far riferimenti alcuno al Fascismo o alla Resistenza durante la guerra civile.

Da un recente commento alla poesia scritto da Francesco Perri, leggiamo: 

"La prima persona plurale (‘noi’, ripresa al verso 9 dalle ‘nostre cetre’) indica e identifica il bisogno misto di speranza e umanità, a conferma di una direzione inedita della stessa poesia. Il ‘noi’ esprime con sguardo critico il valore, assoluto e incontrovertibile, della solidarietà, della compartecipazione e della condivisione non solo umana, ma universale. La guerra e i suoi effetti sono stati disastrosi per tutto il genere umano, ora piegato e asservito, opportunisticamente, al potere, alla logica spietata del potere, in cui assente risulta ogni gesto, ogni azione etica e morale, volta al bene dell’umanità.

In una tale prospettiva, Salvatore Quasimodo lancia il messaggio, sotterraneo e inatteso, della solidarietà, della possibilità di stringere i mortali in ‘social catena’, affinché la condivisione e l’unione tra gli uomini sulla terra possano alleviare il peso della sofferenza. Il peso, quello generato dalla sofferenza, difficilmente scomparirà tra gli uomini, difficilmente potrà essere cancellato. La ferita è profonda, il dolore di una madre per la perdita del proprio figlio è il segno di una vita ormai giunta al tramonto, alla fine, così come i morti tra le piazze rimangono senza vita, spezzato il loro cuore e scosso il loro agire. Il tentativo dell’autore allora potrebbe sembrare vano, insensato, ma non è cosi. L’irriducibilità stessa del tentativo porta Quasimodo a rivendicare il diritto umano di ogni uomo offeso dalla guerra a proclamare giustizia e umanità per uomini, perché di uomini si tratta, vinti sul piano sociale e terreno, vincitori su quello morale.

Il sentimento di fratellanza evidenzia, in una chiave di lettura più chiara, il fulcro del discorso, sviluppato in forme sempre più comunicative, insieme drammatiche e composte nel loro misurato rigore. Alle fronde dei salici diventa cosi l’umanizzazione di un sentimento di profonda commozione, simbolico, quasi divino".

In questa poesia di Salvatore Quasimodo si ritrovano valori ideali sacri per il Circolo Giustizia e Libertà.

                         [ Salvatore Rondello ]                                                                        [pubblicato da Administrator]

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ID falsi - le libertà vengono in diverse forme e sapori

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