Enrico Mancini: storie familiari intorno alla Giustizia e alla Libertà

 

 Pubblicato nel numero 2/2021 de “Quaderni del Circolo Rosselli”  (anno XLI, fascicolo 142 pag. 165) 

Alla memoria di Riccardo Mancini

Articolo a cura di Iacopo Smeriglio -[ Studente di Giurisprudenza presso Roma Tre ]

 

           Con l’intento di tessere una tela di ricordi familiari, arricchiti con i raffronti documentali, mi accingo a scrivere la storia di Enrico Mancini: un artigiano e commerciante, padre di sei figli e marito di Argia Morgia, antifascista e partigiano del Partito d’Azione, martire dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. È questo un tentativo di tratteggiare e ricostruire la vita di un uomo e di una famiglia su cui impattò la Storia del secolo scorso.

Enrico Mancini nacque il 13 ottobre 1896 a Ronciglione, un paese della provincia di Viterbo, che all’epoca contava circa seimila anime arroccate nei monti della Tuscia. Insieme ai genitori Luisa Pizzuti e Francesco Mancini, presto si trasferì a Roma. Negli anni della giovinezza imparò a maneggiare il legno, apprendendo ed iniziando a praticare il mestiere di ebanista presso alcune botteghe. Fu, questa, una delle attività che, anche negli anni più difficili, gli permise di mantenere dignitosamente la famiglia e di difenderne l’indipendenza economica.

Con l’arrivo del primo conflitto mondiale, Mancini, che nel 1915 aveva diciannove anni, si arruolò nell’esercito regio. In battaglia dimostrò coraggio e così, al rientro a Roma, fu fregiato nel 1921 della Medaglia al Valor Militare dal Ministero della Guerra. Gli anni che seguirono furono intensi. L’attività lavorativa frenetica lo portò, presto, ad aprire una sua propria bottega ed avviare il commercio dei mobili e delle altre produzioni. Fu quello il periodo in cui, nel frattempo, avvenne l’incontro con Argia Morgia: una giovane insegnante di scuola elementare, che abitava nella zona di Via Po’. Enrico Mancini si innamorò e insieme, da quel momento, furono una famiglia, arrivò il matrimonio e, quindi, i figli. Abitarono prima nella casa familiare di lei, per poi trasferirsi dal 1922 in Via di Sant’Elena, vicino Largo Argentina, e successivamente a Testaccio, in Via Mastro Giorgio.

In una lettera degli anni ’30, che Enrico scrisse alla moglie probabilmente per rimediare ad un allontanamento temporaneo, traspare l’amore sincero che non lo abbandonò mai:

                                                                    “Mia cara Argia, mi giunge in questo momento anche la tua del 31. Essa mi è

d’argomento e mi dà lo spunto per dirti, o meglio, ripeterti, quanto di persona

spesso non sono capace a spiegarti.

Ed è proprio su questo foglio, che a distanza di qualche anno, voglio riparlarti

intimamente di noi; e ripeterti brevemente, forse con altre parole, sempre sincere,

il mio pensiero sul nostro amore e sulla nostra vita. […] Ma vedi: gli anni,

pur lasciando intatta nel mio amore questa fiamma, l’hanno enormemente accresciuta

di quello stesso amore e della responsabilità della famiglia.

[…] Io chiedo a te Argia, di tornare ad essere la mia donna, il mio amore, con

tutto il risveglio del tuo grande sentimento; e chiedo anche la tua forte, piena e

intelligente collaborazione, della quale avrò tanto bisogno per sperare ancora di

poter vincere nella vita”.

 

                                                                                                                                                                                                                                                      

 Gli anni ’20 del Novecento, come sappiamo, portarono il fascismo e la società italiana cambiò.

Le biografie personali, intime, si incrociano inevitabilmente con l’evolversi circostante della Storia e così accadde anche ad Enrico Mancini.

Enrico Mancini, infatti, non nascose mai il suo fiero rifiuto del fascismo. In città lo sapevano tutti, e con il passare del tempo ed il rafforzarsi del regime, questa convinzione cominciò ad avere un peso e delle conseguenze. Negli anni, le sue botteghe vennero ripetutamente danneggiate e date alle fiamme. Insieme alla sua famiglia fu costretto ad andare a vivere alla Garbatella, dentro gli alberghi suburbani, palazzi popolari di nuova costruzione – furono edificati tra il 1927 e il 1929 – in cui il regime stava concentrando antifascisti e persone da tenere sotto controllo. Nonostante le pressioni e le violenze, che si abbatterono su di lui e sulle sue proprietà, Enrico Mancini non aderì mai al Partito Nazionale Fascista.

Nei venti anni tra le due guerre Enrico e Argia misero al mondo quattro figli maschi e due figlie femmine: Alberto, Bruno, Adolfo, Mirella, Elettra e Riccardo. Una famiglia larga e tante bocche da sfamare, che però non impedirono di continuare ad aiutare compagni e disoccupati in difficoltà.

In un testo il figlio Adolfo, raccontando quella fase della vita del padre, scrive:

 

“Mi ricordo ancora quando aveva una piccola trattoria, tutti gli amici antifascisti

e disoccupati (perché a quei tempi se non eri iscritto al fascio non trovavi

lavoro) venivano a mangiare gratis, perché non potevano pagare. Allora nostra

madre faceva un pacchetto di viveri per ognuno di loro. Mio padre aiutava tutti

nel suo ambito di conoscenze, mia madre aiutava la gente del quartiere e del

palazzo dove noi abitavamo”.

 

Enrico Mancini negli anni ’30 era un nemico del regime, ma nonostante le difficoltà aprì e gestì diverse attività commerciali nel centro di Roma. Nel periodo che va dal 1930 al 1933 tenne aperta una segheria nelle vicinanze di Via Labicana: i mobili che costruiva venivano spediti perfino in Africa. Molti clienti, però, sapendo della sua opposizione al fascismo, non pagavano, consapevoli che Mancini non potesse reclamare, e così fu costretto a chiudere per fallimento. Tra il 1934 e il 1936 gestì, presso Via di Ripetta, la Trattoria La Reginetta e poi, tra il 1938 e il 1944 diede vita insieme ad altri soci alla Società SPAI, per il commercio di prodotti agricoli industriali e la vendita dell’acqua minerale. L’ufficio della società si trovava in Via Mario de’ Fiori, a pochi passi da Via del Corso. Arrivò a possedere, cosa rara per quell’epoca, anche una macchina, che utilizzava per viaggiare per il commercio e che fu presto sequestrata e poi distrutta dai militi fascisti.

La conoscenza dell’attività commerciale e artigiana di Enrico Mancini ci permette di inquadrare il contesto in cui egli agiva e costruiva legami e relazioni, che diventarono eversive e non poterono che intensificarsi con l’arrivo della Seconda Guerra Mondiale e, poi, della Guerra di Liberazione a Roma. Una vasta rete di distribuzione, di clienti, i magazzini e i locali nel centro della città e il supporto della famiglia, gli permisero di muoversi tra i quartieri e dentro e fuori la città, di prendere parte e ospitare incontri e riunioni.  Già dal 1943, con la stampa del primo numero de “L’Italia Libera”, aderì alla formazione del Partito d’Azione.

 

“La ricomposizione di una rete organica del PdA romano si determinò grazie

alla convergenza delle relazioni tra esponenti storici dell’antifascismo laico ed i

nuovi gruppi giovanili, portando a sintesi il rapporto tra ambienti sociali popolari

e della media borghesia intellettuale e definendo così una perfetta simmetria

identitaria tra il profilo interclassista delle formazioni GL e la conformazione

politico-sociale della capitale[1]”.

 

Leone Ginzburg, che fino all’arresto e poi alla morte in carcere, fu esponente di massimo rilievo dell’organizzazione a Roma, in un numero del giornale del PdA del 15 settembre 1943, scriveva parole dure indirizzate ai Savoia e alla classe politica connivente con il regime. Poneva acutamente e con enorme lungimiranza, il tema del necessario ricongiungimento della comunità europea, a testimonianza dello spessore dell’elaborazione politica di cui in quegli anni si fecero portatori nella società italiana:

 

“E forse qualcuno di loro avrà capito che tutto il passato ha da essere snidato e

distrutto nelle nostre istituzioni politiche e sociali, e non soltanto l’aggettivo

“fascista” sulle targhe e i frontoni dei palazzi, per far sì che l’Italia si ricongiunga

di nuovo alla civiltà europea [2]”.

 

È con l’armistizio, però, che l’attività clandestina di Enrico Mancini assume maggiore rilievo. L’8 settembre 1943 a Roma fu uno spartiacque decisivo per le biografie personali di migliaia di antifascisti di tutte le formazioni.

 

“I partiti antifascisti nel quadro di questi mutamenti in itinere e dopo la presa

d’atto di come l’idea originaria dello scontro risolutivo con i tedeschi fosse venuta

meno col farsi concreto della storia, avviarono nel Paese, e in condizioni particolari

a Roma, questo complesso processo di trasformazione pur mantenendo

al loro interno forme organizzative visibilmente distinte riguardo la lotta clandestina

nella capitale […]. L’eredità storico-politica dell’azionismo, che vedeva

la guerra di popolo come elemento insieme spontaneo ed educativo delle masse,

portò il PdA a Roma a dare una forma organizzativa organica tra sfera politica

e ambito militare che invece i comunisti mantennero rigorosamente distinte

distaccando completamente i GAP centrali dal resto dell’organizzazione armata

di massa[3]”.

 

Enrico Mancini abitava alla Garbatella, al Lotto 43 in via Percoto. Da lì sono poche centinaia di metri per arrivare a Porta San Paolo, dove il 10 settembre 1943 si verificò lo scontro con le truppe naziste che dopo l’armistizio stavano occupando la città. Le migliori previsioni delle formazioni antifasciste romane contavano sulle undici divisioni del regio esercito di stanza a Roma, contro le sole due agli ordini di Kappler. Il Re e i generali, invece, con tutto lo stato maggiore, fuggirono verso Bari nelle prime ore dall’ufficializzazione dell’armistizio, lasciando le truppe allo sbaraglio. Così a Porta San Paolo, nella battaglia che segnò l’inizio della Resistenza italiana all’occupazione nazista, a combattere ci furono centinaia di civili antifascisti, organizzati e non, a sostegno dei militari rimasti. È giusto pensare, vista la precedente esperienza di guerra, la vicinanza e l’impegno antifascista di Enrico Mancini, che in quelle lunghe ore di fuoco anche lui fosse stato mobilitato dal Partito d’Azione.

 

L’inizio dell’occupazione segnò, in ogni caso, una svolta nella vita della famiglia intera. Le attività clandestine si intensificarono e nei mesi successivi all’8 settembre ospitarono e nascosero, in casa e nei vari magazzini, militari, ufficiali e compagni. Non di rado Enrico assegnava consegne e commissioni ai figli che, come hanno poi raccontato Adolfo ed Elettra,


[1] D. Conti, Guerriglia partigiana a Roma, Roma, Odradek, 2016, pag. 69.

 

[2]L. Ginzburg, Aver coraggio, in “L’Italia Libera”, n. 8 (15 settembre 1943).

[3]D. Conti, Guerriglia partigiana a Roma, Roma, Odradek, 2016, pag. 19

 

 

erano incaricati di portare pacchi di indumenti e soldi in giro per la città occupata. Capitava che fossero loro, che all’epoca avevano quindici anni circa, ad attaccare volantini e manifesti de L’Italia Libera sui muri del quartiere o sui lampioni. Le attività di rete e di informazione non sfuggirono alla polizia segreta fascista, che fece irruzione nell’ufficio di Mancini già sul finire del 1943. Nei primi mesi del 1944 non interruppe l’azione clandestina e durante il periodo che immediatamente precedette l’arresto, Enrico Mancini svolse varie e ripetute riunioni nella zona di Piazza Vittorio.

Questi sono racconti dei figli, che in prima persona vissero quei giorni accompagnando il padre e contribuendo in piccolo alla sua azione clandestina e di resistenza. Sono preziosi, ma limitati, strumenti per tratteggiare i contorni di un’attività clandestina instancabile, fatta di relazioni, incontri e riunioni: intelligence e coordinamento delle informazioni, un ruolo di raccordo fondamentale nella struttura della azione e della direzione politica della Resistenza del Partito d’Azione in città. Tra gli uomini con cui nel tempo entrò in contatto, stando a quanto riportò suo figlio Adolfo, ci furono anche dirigenti di massima importanza quali, tra gli altri, Emilio Lussu.

Il 7 marzo 1944 sedici militi della Polizia dell’Africa Italiana fecero irruzione nell’ufficio di via Mario de’ Fiori. Enrico Mancini fu arrestato insieme ad altri tre uomini: il conte Dottri, il generale Santoro e l’ex Governatore Motta. Fu trasferito alla Pensione Oltremare e torturato con violenza dalla Banda di Pietro Koch[1]. L’obiettivo evidente delle sevizie era ottenere nomi per far cadere l’intera rete clandestina di cui lui era a conoscenza. Nei tredici giorni, fino al 20 marzo, che trascorse nelle mani della Banda Koch le torture furono ripetute, ma inutili. La famiglia fu, inoltre, coinvolta in una trattativa illusoria finalizzata ad un possibile rilascio, che non venne mai realizzato e che gli costò l’intera fortuna rimanente.  In quel momento, reclusi con lui nella Pensione Oltremare, in Via Principe Amedeo 2, c’erano tanti dirigenti di spicco del Partito d’Azione come Pilo Albertelli. La dimensione orizzontale e fluida della dirigenza politica e militare, non separate a compartimentazione stagna, aveva infatti determinato una maggiore semplicità di infiltrazione per la polizia segreta fascista, favorendo l’arresto di parte dei vertici della resistenza azionista.

 

“Dal 10 al 16 marzo si preparò dal gruppo Eluisi (settore Ponte) l’assalto alla

Pensione Oltremare, in via Principe Amedeo 2, per salvare dagli sgherri di Caruso

e Perrone alcuni dei nostri martiri […]. Improvvisamente i nostri compagni

il 20 marzo furono trasferiti dalla tetra pensione della tortura a Regina Coeli,

quattro giorni prima dell’estremo supplizio[2]”.

 

A Regina Coeli, Enrico Mancini arrivò con una perforazione all’orecchio e con le costole rotte. Nell’ultima lettera che scrisse, indirizzata al figlio Bruno ed oggi conservata al Museo di Via Tasso, emerge l’apprensione per la famiglia e l’amore profondo che lo legavano ai suoi cari, nella piena consapevolezza della condizione dura in cui tutti insieme si trovavano.

 

“E tu, mi raccomando mio caro, tu che sei rimasto l’ultimo in famiglia, prova a

rimanere fuori di casa il meno possibile […].”

 

Il 23 marzo 1944 in Via Rasella, a pochi passi da Piazza Barberini, i GAP portarono a termine la più grande azione di guerriglia urbana realizzata in una Capitale d’Europa contro un intero battaglione nazista: furono trentadue i tedeschi uccisi in pieno giorno. Un’azione che arrivava in un contesto di profonda instabilità a Roma, in cui l’esercito nazista era costantemente bersagliato da attacchi di guerriglia che ne fiaccavano morale ed energie.



[1]Archivio ANFIM, www.mausoleofosseardatine.it , Enrico Mancini, Scheda n°208.

[2]Attività partigiana. Relazione IV Zona Centro, Circolo Giustizia e Libertà, Roma

“Il Comando germanico ha, perciò, ordinato che per ogni tedesco ucciso, dieci

criminali comunisti badogliani siano fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito[1]”.

 

L’affronto era senza precedenti: Roma, che nelle previsioni nazisti sarebbe dovuta servire come linea di riserva e ristoro per i soldati impegnati al fronte di Cassino, diventava mese dopo mese un luogo in cui i soldati tedeschi non solo non erano benvenuti, ma non erano più al sicuro.

 

“Alle 9,45 il Caruso, accompagnato dal Ten. Koch, che in quel tempo svolgeva

funzioni di polizia non ben definite, si presentava dal Kappler. Questi spiegava

ai due come, per completare una lista di persone da fucilare in conseguenza

all’attentato di Via Rasella, aveva bisogno di cinquanta persone arrestate a disposizione

della polizia italiana e spiegava i criteri in base ai quali egli aveva già

compilato una lista di 270 persone.

A conclusione di questo colloquio si stabiliva che il Questore Caruso avrebbe

fatto pervenire al Kappler per le ore 13 un elenco di cinquanta persone[2]”.

 

Nella lista stilata da Pietro Koch figurava, tra i primi, il nome di Enrico Mancini. Il 24 marzo 1944, per ore, nelle cave che si trovavano sulla Via Ardeatina, uomini di ogni età ed estrazione, cattolici ed ebrei, comunisti, monarchici, socialisti, furono trasportati su autocarri e fucilati. Terminata l’esecuzione, per nascondere le prove e occultare la memoria di quanto avevano compiuto, i nazisti fecero detonare l’intera area. Furono 335 gli uomini che in quel giorno trovarono la morte nella brutalità nazifascista. I corpi irriconoscibili e martoriati impiegarono anni per essere riconosciuti.

La morte di Enrico Mancini non fu mai notificata ufficialmente alla famiglia dalle autorità nazifasciste.

Fu solo grazie agli indumenti rinvenuti, a un pettine e agli occhiali che era solito portare, che ne fu possibile, tempo dopo, il riconoscimento. La famiglia perse le attività commerciali, le proprietà e, con queste, l’opportunità di una vita diversa.

Furono più di 50 i caduti del Partito d’Azione quel giorno.

 La memoria di Enrico Mancini rimane oggi viva grazie all’impegno costante dimostrato dai figli nel tramandare questa importante storia familiare alle generazioni che sono venute. Riccardo Mancini, più piccolo tra i figli, ha dedicato l’intera vita al passaggio del testimone della sua storia, raccontando di Enrico e delle Fosse Ardeatine nelle scuole e, ogni anno, al Mausoleo.

I compagni del Partito d’Azione apposero una targa, nel 1947, al Lotto 43 in Via Percoto alla Garbatella, che ne ricorda ancora oggi, con lettere impresse nel marmo, il sacrificio compiuto in nome degli ideali di Giustizia e di Libertà, che neanche le torture e il carcere riuscirono a piegare.

Nel 2020 il ritratto di Enrico Mancini è stato realizzato dall’artista Francesco Pogliaghi sul muro di un palazzo in Piazza Bartolomeo Romano, alla Garbatella. Un volto che racconta la storia di un uomo e che ha l’ambizione di rappresentarne molti: tutti coloro che caddero lungo la strada della democrazia, della libertà e della giustizia sociale, contro l’occupazione nazifascista nella costruzione del mondo nuovo.

 

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[1]Agenzia Stefani, il Messaggero, Roma (25 marzo 1944).

[2]Sentenza n. 631, Tribunale Militare Territoriale di Roma, 20.07.1948.

 

 Bibliografia

G. De Luna, Storia del Partito d’Azione 1942-1947, Editori Riuniti, Roma, 1977.

D. Conti, Guerriglia partigiana a Roma, Odradek, Roma, 2016.

A. D’Orsi, L’intellettuale antifascista, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2019.

C. Rosselli, Socialismo liberale, Einaudi Editore, Torino, 2009.

Attività partigiana. Relazione IV Zona Centro, Circolo Giustizia e Libertà, Roma.

Archivio ANFIM, www.mausoleofosseardeatine.it.

I partigiani d’Italia, Lo schedario delle commissioni per il riconoscimento degli uomini e

delle donne della Resistenza, www.partigianiditalia.beniculturali.it .

 

 

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Pierluigi Sorti ci ha lasciati. Un galantuomo d’altri tempi

[articolo pubblicato su “AVANTI-online” il 10/09/2021]

 

 George Orwell sostiene che “In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Viviamo in un mondo dove la tecnologia, la digitalizzazione, i social possono influenzare e trascinate intere folle.
“La menzogna, ben agghindata così da sembrare una ovvietà scontata – scriveva il cardinale Gianfranco Ravasi nella sua rubrica domenicale su Il Sole24 ore – si incammina per strade e piazze, entra nei palazzi dei potenti e nelle case modeste con la sua capacità diffusiva. Opporre ad essa la verità nella sua nudità, nella sua sincerità sgradita, nella sua essenzialità fondata è, alla fine, un atto che va controcorrente. E risalire in senso contrario l’onda sovrabbondante della menzogna, del luogo comune, dell’inganno è un’impresa ardua e coraggiosa”.
È quello che Pierluigi Sorti si proponeva riuscendo a realizzarla con pazienza e con competenza nel libro che stava ultimando per la nostra fondazione dal titolo “Teorema sull’euro. L’iniquità del metodo di conversione nella moneta europea”.
Pierluigi è stato un europeista convinto. Schietto. Entusiasta. Deciso.
Non si è mai arreso. Ostinato e determinato. È stato tra coloro che volevano realizzare l’integrazione economica, sociale e politica dell’Europa. Valorizzare il dialogo, il confronto.
Non credeva, pensava.
Non era pessimista come Anton Cechov che invece amaramente ammetteva: “Si dice che la verità trionfa sempre, ma questa non è la verità”.
Ora che improvvisamente ci ha lasciati, in questo scorcio di fine estate, sentiamo fortissimamente la sua mancanza.
Non è retorica, né semplici frasi di circostanza; ci manca veramente.
Ci manca quella sua genuina voglia di capire, di confrontarsi sempre, di cercar di rendere semplici le cose più complesse.
Quella sua gentilezza d’altri tempi.
La sua amicizia è stata un motivo di orgoglio e ciò che ha seminato sarà per noi un raccolto prezioso.
Grazie Pierluigi

 

Giorgio Benvenuto  -  Presidente Fondazione Bruno Buozzi

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84° Anniversario uccisione fratelli Rosselli - Tavola rotonda

                                                                                           [pubblicato da Administrator]

I campi di Tullio, la storia di un internato militare italiano

Il libro I campi di Tullio. La storia di un Internato Militare Italiano, pubblicato nel 2020 da Edizioni Era Nuova, Perugia, e dal Circolo culturale Primomaggio di Bastia Umbra (PG), curato da Luigino Ciotti (figlio di Tullio) e da Dino Renato Nardelli, narra la storia di Tullio Ciotti, nato a Bettona (PG) il 4 aprile 1924, bracciante agricolo, che il 9 giugno 1943 è chiamato alle armi per andare in guerra (dichiarata da Mussolini il 10 giugno 1940). Ė poi assegnato al 112° Reggimento di Fanteria motorizzata, della Divisione Piacenza, di stanza nella “cittadella militare” della Cecchignola a Roma.
La sera dell’8 settembre 1943, poco dopo la proclamazione alla Radio dell’armistizio con gli Alleati, Tullio è catturato dai tedeschi mentre è in servizio al caposaldo di Osteria di Malpasso, sulla via Pontina, ed è portato al centro di raccolta per i prigionieri, allestito dai tedeschi ad Ostia, dove ci sono oltre 900 nostri soldati catturati, che nei tre giorni di permanenza nel centro ricevono come cibo solo un pomodoro in scatola. Quindi sono fatti salire su un treno formato da carri bestiame, senza cibo e con poca acqua. Tullio è insieme ad altri 35 militari in un vagone, che è aperto solo due volte per espletare i bisogni corporali. Dopo un viaggio allucinante durato cinque giorni e sei notti, ed in condizioni igieniche pessime, arriva nel campo di concentramento di Kurtwitz (nome tedesco della cittadina polacca di Kondratowice), vicino a Strhelen (Strzelin in polacco), in Slesia (una regione industrializzata tedesca, assegnata alla Polonia dopo la Grande Guerra), dove è costretto a lavorare in una fabbrica di zucchero.
Tullio scopre che tutti i militari italiani catturati dai tedeschi non sono “prigionieri di guerra” e quindi non sono trattati secondo la Convenzione internazionale di Ginevra del 1929, ma sono considerati “internati militari”, uno status giuridico inventato dai nazisti proprio per i nostri soldati catturati, per obbligarli a lavorare anche nella produzione bellica. Inoltre sono disprezzati dai nazisti, che li considerano ”traditori”, dato che il nostro Paese ha fatto l’armistizio con gli angloamericani.
Per tutti gli internati la vita nel campo di concentramento, che è un “sottocampo” del campo principale (Stammlager VIII B) di Lamsdorf, è fatta di stenti. Ed anche per Tullio, che in particolare il 24 dicembre 1943 è operato all’ospedale militare tedesco di Strehlen per un accesso ad un orecchio, che lo mette in pericolo di vita. Si salva grazie ad un commilitone che gli cura la ferita più volte al giorno.
Nel gennaio 1944 Tullio è trasferito nel Stammlager VIII C di Sagan, dove il 9 aprile 1944, giorno di Pasqua, è picchiato ripetutamente, con il calcio del fucile, da una guardia SS del Lager, per aver cercato di prendere delle bucce di patate da un bidone della spazzatura, per placare la grande fame.
Nel settembre 1944 è trasferito nel Stammlager VIII A di Gorlitz, dove è costretto a lavorare in una fabbrica di carri armati e di autoblindo, in aperta violazione della Convenzione di Ginevra del 1929, che vieta di impiegare i prigionieri nella produzione di materiale bellico.
Nel febbraio 1945, in seguito all’offensiva sovietica, gli internati nel lager di Gorlitz vengono trasferiti in altri campi ubicati all’interno della Germania, con marce forzate (nelle quali molti perdono la vita). Partono per primi i prigionieri americani ed inglesi. Quelli italiani sono ancora nel campo quando il 7 maggio 1945 arrivano i soldati russi, che li liberano. Il giorno dopo i nazisti firmano la resa con gli Alleati ed il 9 maggio con i russi.
Tullio, come molti altri ex internati, decide di tornare a casa, senza attendere il rimpatrio ufficiale. Parte insieme con un gruppo di circa 25 persone, guidate da un Tenente che conosce le lingue ed ha delle carte topografiche per orientarsi nel viaggio, a piedi, attraverso la Polonia, Germania, la Cecoslovacchia, fino a Innsbruck, in Austria, dove arrivano solo in 12 (la metà di quelli partiti). Quì è preso in consegna dai soldati americani che lo portano, dopo alcuni giorni, prima a Bolzano e poi a Modena, da dove prende il treno fino a Fossato di Vico e poi a piedi arriva a Foligno (PG). Da qui riprende il treno ed arriva la mattina del 9 giugno 1945 a Santa Maria degli Angeli (Assisi), da dove si incammina verso Bettona. Durante la strada incontra vari conoscenti. Nei pressi del paese lo vede la madre, mentre sta falciando il grano, che gli corre incontro e lo abbraccia appassionatamente. Finalmente è a casa, dopo un lungo e travagliato viaggio durato un mese. Pesa appena 35 kg.
La storia di Tullio Ciotti, è la “storia semplice” di uno dei 650.000 soldati italiani catturati dai nazisti, non solo in Italia ma in tutti i teatri di guerra (soprattutto nei Balcani), e che sono stati deportati, in carri bestiame (come è accaduto per gli ebrei) nei “campi di concentramento” allestiti in Polonia ed in Germania ed obbligati a lavorare, sopratutto nelle industrie belliche, perché considerati Internati militari e non prigionieri di guerra, e quindi non tutelati dalla Convenzione di Ginevra del 1929.
La vita degli Internati militari italiani (IMI) è stata molto dura non solo perché erano impiegati in lavori pesanti e per molte ore, ma soprattutto perché erano sottoalimentati ed inoltre le condizioni igieniche dei Lager erano precarie, per cui molti (circa 50.0000) sono morti per gli stenti e per le malattie. Inoltre erano severamente puniti per ogni minima infrazione disciplinare e con la pena di morte, spesso mediante l’impiccagione (pena umiliante per un militare), in caso di sabotaggio della produzione bellica o di tentativo di fuga.
Gli IMI potevano ritornare in Italia a patto di arruolarsi nelle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana (costituita da Mussolini il 23 settembre 1943), ma pochi migliaia lo hanno fatto e poi numerosi di costoro hanno disertato e sono andati a combattere insieme con i partigiani.
Tullio Ciotti, dopo la guerra ha continuato a fare per alcuni anni il bracciante agricolo e poi il manovale, il metalmeccanico ed anche il minatore in una miniera di carbone vicino a Liegi, in Belgio (dove è nato il figlio Luigino), dal 1951 al 1956.
Ha ricevuto varie onorificenze: nel 1977 la Croce al merito di Guerra, nel 1984 il Diploma di Onore come combattente per la Libertà d’Italia 1943-1945; nel 1995 l’Attestato di Benemerenza da parte della regione Umbra in occasione del 50° anniversario della Liberazione.
Nel 2009 ha raccontato in una ripresa video al figlio Luigino la sua storia di internato militare, che si può vedere su youtube. Ė deceduto il 13 dicembre 2011.
Il 27 gennaio 2021, durante la cerimonia per il Giorno della Memoria, il figlio Luigino e la figlia Patrizia hanno ricevuto dal Prefetto, a Perugia, la Medaglia d’Onore, assegnata dal Presidente della Repubblica ai cittadini deportati o internati nel Lager nazisti, ai quali è stato negato lo status di prigioniero di guerra.
Purtroppo della Resistenza non armata e nonviolenta degli IMI si sa molto poco nell’opinione pubblica, benché la Legge 20 luglio n. 211 del 2000, che ha istituito il Giorno della Memoria, che ricorre il 27 gennaio (giorno della “liberazione” degli internati nel Lager di Auschwitz), prevede di ricordare, oltre alla Shoah, alle Leggi razziali del 1938, che hanno portato alla persecuzione degli ebrei italiani, anche i deportati politici (antifascisti) ed i prigionieri di guerra (cioè gli IMI), di cui però molto poco si parla in occasione della ricorrenza del 27 gennaio. Ci auguriamo che in futuro, in quel giorno, si ricordi, soprattutto nelle scuole (come prevede la Legge 211 del 2000) anche il sacrificio dei deportati politici e degli IMI.

                                                                                                                           Giorgio Giannini

 

[articolo pubblicato su l' Avanti ! Online - 11/05/2021]                                                                                                                                                                                                                                                    [pubblicato da Administrator]

Verso il 25 Aprile, la Festa della Liberazione

Su l’Avanti! del 25 aprile 1945, edizione di Milano, in prima pagina si legge: “MILANO E’ INSORTA” – il Comitato di Liberazione Nazionale assume i poteri – Mussolini e Graziani in fuga – Prefettura, Questura, Comune, Radio e Giornali occupati – Residue resistenze fasciste in via di eliminazione – la Lotta continua.
La lotta per la democrazia e per la libertà non è mai finita. Il 25 aprile è il giorno in cui ogni anno in Italia si festeggia la Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. Tradizionalmente, si svolgono in tutta Italia manifestazioni e cortei in memoria. Lo scorso anno e quest’anno, a causa dei provvedimenti per contrastare la pandemia, non è stato possibile celebrare la ricorrenza in piazza. Purtroppo, i testimoni viventi di quel triste periodo storico sono sempre meno, con il trascorrere del tempo. Così le associazioni partigiane e quelle dei familiari dei caduti per la lotta della Resistenza, hanno organizzato manifestazioni mediatiche per tenere viva la memoria e gli alti valori fondanti la democrazia in Italia. Oggi, molti giovani non sanno nemmeno cosa vuol dire Liberazione, non sanno che cosa è il 25 aprile. Un’indagine tra studenti universitari, facoltà di lettere, di qualche anno fa, ha dimostrato che il 90 per cento degli intervistati non sapeva nulla. Le risposte sono state: “non so”.  Può sembrare assurdo, ma se nei programmi scolastici non viene inserito l’argomento di storia sulla Resistenza, non dovremmo stupirci. L’assurdo, anche grave, è proprio questa carenza cognitiva ed educativa nei programmi scolastici sulla storia del nostro Paese. Fortunatamente poeti come Salvatore Quasimodo con la poesia "Alle fronde dei salici", e Alfonso Gatto con "25 aprile" composero versi di alta lirica per dare qualche idea ai posteri sul dramma umano vissuto dagli italiani prima del 25 aprile 1945.
Non credo che una poesia possa sanare le lacune esistenti. Ma sono certo che qualcuno si emozionerà leggendo le poesie di Alfonso Gatto e Salvatore Quasimodo. Spero che da questa lettura i giovani siano spinti a conoscere ed approfondire ciò che è accaduto alla vigilia della Liberazione, con la II Guerra Mondiale, e con l’occupazione tedesca del territorio italiano, dal 25 luglio 1943, quando cadde il regime fascista.
Dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia e l’armistizio dell’8 settembre, l’Italia si trovò spaccata in due: al nord la Repubblica di Salò con Mussolini, e al Sud, il Regno d’Italia. Gli Alleati lentamente risalivano la penisola aiutati dalle molteplici formazioni partigiane e anche dagli abitanti delle città che combattevano e insorgevano contro gli oppressori fascisti e nazisti. In tal senso, l’esempio insurrezionale più importante fu segnato dalle quattro giornate di Napoli.
Il 25 aprile 1945, finalmente, i partigiani entrarono a Milano, che fu liberata. Dunque, la Resistenza non fu solo lotta dei partigiani, ma fu una lotta che coinvolse tutti gli italiani in diversi momenti e ruoli. Anche se il meridione fu liberato prima, molti meridionali combatterono al Nord contro i nazifascisti. In realtà, la lotta per la libertà fu iniziata dagli antifascisti sin dal sorgere del fascismo in Italia.
Sandro Pertini affermava: “Il 25 aprile noi abbiamo conquistato la libertà per il nostro Paese. Ma questa libertà è una conquista fragile se non esalta la dignità di ogni singolo individuo”.
A Milano, Piero Calamandrei, nel suo discorso del 26 gennaio 1955, disse: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione”.

 Salvatore Rondello -  Presidente del Circolo "Giustizia e Libertà " di Roma

 [articolo di Salvatore Rondello pubblicato su "AVANTI-Online" il 22/04/21]   

     

25 APRILE                           

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.
[ Alfonso Gatto ]

 

ALLE FRONDE DEI SALICI

 E come potevano noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

[ Salvatore Quasimodo ]

                                                                                       [ pubblicato da Administrator ]

Ricordo di Luigi Covatta

E' una perdita che lascia davvero addolorati, quella di Luigi Covatta. Di lui non si puo' non ricordare immediatamente il rigore culturale e la coerenza con i valori della militanza, prima nel movimento aclista con Livio Labor, poi nel partito socialista.

Lo ricordo nelle Acli ed a fianco di Labor come uno dei giovani dirigenti cattolici piu' determinati nelle battaglie ideali e culturali del Movimento, dalla rivendicazione della fine del collateralismo con la Dc alla grande battaglia per l'unità' sindacale.

Nel PSI ed in Parlamento si è distinto per la sua preparazione ed è stato nella sinistra di quel tempo, stimato e rispettato. Un socialista che ha sempre difeso con efficacia rara i valori della sua testimonianza politica.

Luigi ha anche il merito di aver salvato la rivista “Mondo Operaio” da una inevitabile fine con la diaspora socialista. E con quella rivista è riuscito a dare voce ad una cultura socialista che comunque aveva resistito ed era in grado ancora di proporre considerazioni ed idee utili per il futuro. Aveva un carattere schivo, non facile, ma sapeva con la sua ironia e la sua pacatezza nella discussione far sentire la sua amicizia e la sua vicinanza.

Con Gennaro Acquaviva ha impedito per la sua parte una ingiusta eclisse di un patrimonio importante per la sinistra italiana quale è stato il riformismo socialista. Lo ha fatto con acume e con intelligenza polemica, ben superiori alla mediocrità' ed alla arroganza che si trova oggi nel confronto politico.

Ci mancherà anche perché il suo ricordo non possiamo che associarlo al ruolo incisivo assolto in stagioni della vita sociale e politica improntate ad una grande voglia di cambiare, di migliorare, di conquistare una società più civile e giusta.    

                                 [articolo a cura di Giorgio Benvenuto pubblicato sull’  “Avanti-Online” ]    

                                                                                                                                               [ pubblicato da Administrator ]

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