SANTINO SERRANO’ PARTIGIANO SICILIANO

Il 6 agosto 2020 è morto a Catania Santino Serranò, all’età di 97 anni, l’ultimo partigiano vivente dei tanti siciliani che parteciparono alla Lotta di Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. L’ANPI Sicilia lo ricorda come “una figura integerrima che ha contribuito a liberare l’Italia, martoriata e disonorata dalle atrocità fasciste” esprimendo “condoglianze alla famiglia, e solidarietà all’ANPI di Catania”.

Nato a Siracusa il 23 aprile del 1923, residente da tanti anni nel capoluogo etneo, all’atto dell’armistizio del’8 settembre era militare nella Marina in Liguria, nel presidio di La Spezia. Successivamente, dopo un breve periodo di rifugio a Vezzano Ligure, si aggregò alle formazioni partigiane operative in Liguria. Per lungo tempo fece parte della Brigata Lunigiana di “Giustizia e Libertà”, comandata da Amelio Guerrieri, nel battaglione  ”Antonio Cintoli”  operativo nella IV^ zona.

 Santino Serranò partecipò alla battaglia del Monte Gottero, uno degli episodi più rilevanti della Lotta di Liberazione nella provincia di La Spezia.

Il 20 gennaio 1945 da parte di 20.000 nazifascisti iniziò un grande rastrellamento contro le formazioni partigiane, composte da oltre 2.500 unità, che si trovavano nell’area della IV^ Zona. La battaglia e le operazioni di sganciamento durarono per molti giorni. Grandissime le difficoltà e le perdite della formazione di  ”Giustizia e Libertà”.

Serranò, dopo lunghe peripezie vissute con il suo battaglione, in una zona totalmente ricoperta dalla neve, martoriato dal freddo intenso, riuscì a salvatasi dall’accerchiamento nazifascista.

La Colonna Giustizia e Libertà fu la più numerosa tra le formazioni partigiane, diretta emanazione del Partito d’Azione, apparve a La Spezia dopo il 25 luglio 1943.

Le radici della sua storia si trovano a Val di Termini e a Torpiana di Zignago tra il dicembre 1943 e il febbraio 1944; la formazione nacque, in parte sotto la spinta di alcuni rappresentanti del Partito d’Azione, tra i quali il genovese Giulio Bertonelli, in parte con il decisivo apporto di elementi locali, quali il gruppo di uomini raccolti attorno alla figura di Vero Del Carpio (Boia); la sua “banda” accoglierà anche gli uomini del vezzanese Gruppo Bottari.

Torpiana fu anche la prima sede del Comando Militare del C.L.N.P. spezzino, già sotto il coordinamento di Mario Fontana.

La Colonna “Giustizia e Libertà” fu dislocata nelle zone di Zeri, Rossano, Sesta Godano, Rocchetta e Calice e operò, in una prima fase, col nome di Brigata d’Assalto Lunigiana (ufficialmente dal marzo ’44). Il suo comandante fu Vero del Carpio (Boia). Il Comando fu situato sul Monte Picchiara, almeno fino al rastrellamento del 3 agosto. Il Monte Picchiara fu inoltre sede del campo base ove atterravano i materiali lanciati dagli alleati.

Dopo il rastrellamento del 3 agosto ’44 la Colonna fu divisa in 6 compagnie che formano due battaglioni. Il primo, il Val di Vara, sotto il coordinamento di Daniele Bucchioni (Dany), il secondo, lo Zignago, agli ordini di Ermanno Gindoli.
Vero Del Carpio fu il comandante della Colonna fino al momento in cui, passate le linee nel novembre ’44, si recò nell’Italia liberata, a Firenze, continuando la sua opera in favore della Resistenza. Lorenzino Tornabuoni (Cino, Otello) ereditò il ruolo di Del Carpio nella formazione.

Negli ultimi anni, Santino Sorgonà è stato presidente onorario dell’ANPI di Catania, partecipando sempre, con grande entusiasmo, vigore e lucidità, alle iniziative in memoria delle lotte partigiane e nella ricorrenza del 25 Aprile, Giornata della Liberazione.

Santino Serranò rappresenta anche un’importante testimonianza storica a dimostrazione che la lotta partigiana di Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo fu una lotta di tutti gli italiani, inclusi i numerosi meridionali che diedero un notevole contributo con la Loro partecipazione.

Roma, 08 agosto 2020

                                                                                             [ Salvatore Rondello ]

Si ringrazia Gianluca Mangano, socio di questo Circolo per aver segnalato la scomparsa del partigiano Santino Serranò, commemorato anche sulle pagine del giornale “La Sicilia”.

                                                               [ pubblicato a cura di Administrator ]

La Repubblica, Bruno Buozzi e Pietro Nenni

 

Il 4 giugno 1946, in serata, si conoscono i risultati del referendum istituzionale. Ha vinto la Repubblica. Le elezioni dell’Assemblea Costituente registrano un grande successo per i socialisti. Il PSI prende più voti del PCI (20,68% contro il 18,93%) classificandosi come il primo partito della sinistra.

Il 18 giugno la Corte di Cassazione proclama i risultati definitivi. Ecco i dati: Referendum elettori 28.005.449: 12.717.928 voti a favore della Repubblica, contro 10.769.284 per la Monarchia; voti nulli e schede bianche 1.498.138. Assemblea Costituente: 8.101.004 voti (35,21%) alla Democrazia Cristiana, 4.758.129 voti al Partito Socialista (20,68%), 4.356.686 voti (18,93%) al Partito Comunista, voti nulli 1.936.708; schede bianche 643.067 (2,6%).

Nettamente minoritario si rivela il peso della Destra, diviso tra liberali (Unione Democratica Nazionale con il 6,79%), qualunquisti (Fronte dell’Uomo Qualunque con il 5,27%) e monarchici (Blocco Nazionale delle Libertà con il 2,77%). Le elezioni registrano anche una variegata e plurale presenza di culture politiche tra cui, oltre i partiti menzionati, il Partito Repubblicano Italiano (con il 4,36%) e il Partito d’Azione (con 1,45%). Tra i piccoli partiti il Movimento per l’indipendenza della Sicilia 171.201 (0,74%).

La vittoria sul referendum fa decadere la Monarchia (Umberto II° va in esilio; parte per il Portogallo il 13 giugno). Capo provvisorio dello Stato diviene il liberale Enrico De Nicola. Il socialista Giuseppe Saragat viene eletto Presidente della Costituente e Alcide De Gasperi Presidente del Consiglio (il Governo è composto da DC, PCI, PSI e PRI).

Pietro Nenni nei suoi Diari così ricorda la vigilia del voto:

2 giugno 1946: Romita mi ha telefonato che in tutto il Paese c’è calma assoluta e larga partecipazione di elettrici ed elettori.

4 giugno: giornate di ansia. Solo stasera cominciano a precisarsi i risultati del referendum. La vittoria repubblicana è considerata certa da Romita… il Re, mi ha detto De Gasperi, è rassegnato alla sua sorte. Mentre parlava dei preparativi per la partenza ha detto: ”pensate alle donne. Io posso partire in scialuppa”……Stamattina il bel Peppino (Saragat) che non sta nella pelle, ha raccontato a Togliatti e a me di aver saputo da Lupinacci che la regina Maria Josè ha votato per i socialisti dando la preferenza a lui…… Sono stato nel pomeriggio al Verano sulla tomba di Bruno Buozzi; al mattino a La Storta, sul luogo della sua fucilazione. Povero Bruno! Se vinciamo lo dobbiamo anche al suo sacrificio.

È commovente Pietro Nenni. Sente di rendere partecipe della vittoria Bruno Buozzi che due anni prima era stato assassinato alla Storta dai nazisti in fuga da Roma appena liberata dagli alleati. Il 4 giugno 1944 è siglato l’accordo tra comunisti, socialisti e democristiani per costituire la CGIL unitaria che per volere di Bruno Buozzi ha nella sigla la parola Italia a significare l’apporto e il contributo dei lavoratori per il ritorno della democrazia nel nostro paese.

Nenni rivendica con orgoglio le battaglie fatte contro il fascismo.

Nenni ha una lunga consuetudine di militanza comune con Bruno Buozzi. Hanno una forte affinità di temperamento, di formazione, una tendenza alla osservazione della vita perché tutti e due da giovani hanno dovuto risolvere da soli e subito il duro problema del pane quotidiano e della conoscenza, del sapere. Erano degli autodidatti. Erano coraggiosi. Audaci. Intransigenti sui valori della libertà, della democrazia, dell’eguaglianza, del lavoro. Tennero alta la fiaccola della fede e della speranza del riscatto dell’Italia. In esilio riuscirono a fare dell’antifascismo un problema europeo e non solo un problema nazionale ed italiano. “L’Italia vera, l’Italia eterna” dicevano Turati, Nenni e Buozzi, non parla dal balcone di Palazzo Venezia ma dall’aula del Tribunale Speciale.

È vero era stata persa nel 1925 la battaglia politica con il fascismo. Vittorio Emanuele III aveva appoggiato il fascismo, dopo l’Aventino, ed in crescendo aveva confermato le leggi eccezionali, lo scioglimento dei partiti e dei sindacati, l’avventura etiopica, le leggi razziali, l’alleanza con il nazismo, la partecipazione alla seconda guerra mondiale.

Dopo il 10 giugno cominciò per gli antifascisti un’altra dura battaglia e in questa battaglia il posto di Bruno Buozzi fu come sempre all’avanguardia. Arrestato a Parigi dalla Gestapo, tenuto lunghi mesi nelle carceri parigine, tradotto in Germania di prigione in prigione, consegnato alla polizia italiana alla frontiera del Brennero.

A contatto col paese egli intuì subito che eravamo nella fase conclusiva del dramma e che bisognava mobilitare tutte le energie popolari per porre fine alla guerra. Da qui il suo incitamento agli operai di Torino di intensificare la lotta. Con Giovanni Roveda organizzò gli scioperi del marzo 1943 che diedero un grande impulso alla lotta contro la guerra fascista.

Il 25 luglio, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, viene sfiduciato Mussolini. Il re lo fa arrestare e trasferire prima a Ponza, poi sul Gran Sasso.

La lotta di migliaia di antifascisti ha scavato la fossa al fascismo. È stata la resistenza dei ceti intellettuali italiani e dei ceti popolari che tolse al fascismo ogni linfa vitale.

“Il 25 luglio – osserva Nenni – portava in sé un pericolo che Bruno Buozzi avvertì: il pericolo insito in tutte le rivoluzioni di palazzo, la rivoluzione dall’alto, che vogliono prevenire le rivoluzioni dal basso, incatenandole, sterilizzandole, cloroformizzandole, arrestandole lo slancio creativo. Se dal 25 luglio al 9 settembre i quarantacinque giorni di regime monarchico-badogliano non hanno suscitato le forze di resistenza che il 9 e 10 settembre potevano mutare il destino del paese, è perché i congiurati di Palazzo Venezia e del Quirinale non esprimevano la volontà del paese, erano intenti non a salvare la nazione ma a salvare le istituzioni, gli interessi, gli uomini che per venti anni avevano fatto causa comune col fascismo, erano il fascismo quanto e più dello stesso Mussolini e dei gerarchi in quanto detenevano nelle loro mani la potenza del denaro di cui la potenza politica è soltanto la sovrastruttura o la spuma. Se quel giorno l’esercito non fosse stato abbandonato a se stesso, senza ordini e senza direttive, oggi Roma non sarebbe una città occupata ma noi avremmo conquistato col combattimento il diritto di essere tenuti in conto di alleati”.

Sottolinea Nenni. Coloro che il 9 settembre, quando i popolani di San Paolo e di Testaccio, quando gli ufficiali che reagirono all’onta della resa, quando i soldati che non volevano disertare, chiedevano armi, presero la via di Pescara, hanno preso una via senza ritorno. Storicamente, la fuga di Pescara è l’equivalente della fuga di Varennes e da Varennes si va al Tempio, dal Tempio alla ghigliottina. Non si ritorna in trono.

Nenni, il 4 luglio del 1944, ad un mese dall’assassinio di Bruno Buozzi, in un discorso al teatro Adriano di Roma, dice a presenti: “ora vi leggerò che oggi avrebbe detto Bruno Buozzi se fosse vivo qui con noi. La partecipazioni del nostro popolo alla guerra condiziona il nostro riscatto nazionale. Noi non domandiamo agli alleati nessuna elemosina, ci risparmino le loro sigarette, non ci neghino i fucili che decine di migliaia di giovani reclamano coscienti come sono che è col loro sacrificio che si può rifare il paese.

Finora questo appello è rimasto inascoltato e avremmo fra non molto il diritto di dire che dietro le parole di fraternità si cela un certo disprezzo che non meritiamo e non accettiamo.

La Costituente se ce la offrono come un diversivo elettorale, se ce lo promettono come un espediente che calma e attenua le impazienze, si sbagliano. La Costituente sarà una cosa seria e per essere una cosa seria bisogna che attorno ad essa il popolo monti la guardia senza un minuto di pausa; perché sia una cosa seria essa deve iscrivere nel suo programma tre rivendicazioni principali attorno alle quali il partito socialista chiamerà a raccolta tutti i cittadini d’Italia. La repubblica prima di tutto, una repubblica presidiata dal popolo in armi, che sia l’espressione dei lavoratori, non un dono di classi dirigenti che vogliono salvarsi dietro il berretto frigio. Il processo dei responsabili dell’abuso di potere che va dal 28 ottobre 1922 al 10 giugno 1940, al 25 luglio ’48. La Costituente deve costituirsi come supremo tribunale del popolo per giudicare Mussolini e il re…

Il lavoro fa rinascere la civiltà dove la guerra ha tutto distrutto e saluterà il mondo nuovo che rinasce sulle rovine del vecchio mondo.

Aggrappiamoci a questa speranza, a questa certezza: ci salveremo col lavoro liberato dallo sfruttamento del capitalismo e dal socialismo ricondotto alla fatica senza fatica dei costruttori di una nuova civiltà”.

[ articolo di Giorgio Benvenuto del 4/06/2020 pubblicato  su AVANTI ! online ] 

[nella foto del titolo Bruno Buozzi]              

                                                                                                                             

                                                                                                    ( pubblicato da Administrator )

 

Una poesia di Salvatore Quasimodo

 

  Alle fronde dei salici” di Salvatore Quasimodo è stata composta nel 1944 e pubblicata per la prima volta su una rivista nel 1945, per poi essere inserita nella raccolta “Giorno dopo giorno” del 1947.

La poesia è stata scritta in seguito all’armistizio con le truppe anglo-americane, durante l’occupazione nazista di Milano.

Con quest’opera Quasimodo si allontana definitivamente dall’Ermetismo e dal suo individualismo avvicinandosi a una poesia mirata alla riscoperta dei valori di una società collettiva. La riflessione di Quasimodo in questa poesia è volta al significato e al ruolo della poesia stessa, muta e priva di valore dinanzi all’orrore e al dolore provocati dalla guerra".                                                                                                                                                                                                                                                                 Il testo della poesia         “Alle fronde dei salici”

E come potevano noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

                                                                                                 L'ANALISI

Questa poesia, uno dei più celebri componimenti di Salvatore Quasimodo, è composta da dieci endecasillabi sciolti.

Come già accennato, questa poesia testimonia il passaggio dal Salvatore Quasimodo ermetista a quello del dopoguerra, fatto di testi concreti e calati nella storia, una poesia forgiata negli orrori della guerra vissuti dall’uomo.

Il tema affrontato ne “Alle fronde dei salici” è chiaro fin da subito: Quasimodo parla di come si vive da poeta durante la Seconda guerra mondiale, nel periodo della resistenza ai tedeschi.

La poesia è stata costruita a partire da un passo biblico, il Salmo 136, che racconta degli israeliti che, deportati a Babilonia, si rifiutano di cantare lontani da casa loro.

Questo passo è contestualizzato nel recente passato di Quasimodo, che ha vissuto come tutti L'oppressione dall’invasore tedesco, costantemente circondato da dolore e morte. In questo contesto è impossibile per il popolo, per i poeti, abbandonarsi al canto e alla scrittura.

Nella poesia si passa da un io privato a un “noi” che sa di popolo, di disperazione condivisa.

Sul finale si intravede la riflessione sulla poesia in quella cetra appesa, poiché nemmeno i poeti possono più cantare; la poesia rimane impotente e sconcertata davanti alle brutture del conflitto mondiale. La guerra è letta solamente come l’invasione straniera, in questo caso, vista attraverso gli occhi delle tante vittime italiane e senza far riferimenti alcuno al Fascismo o alla Resistenza durante la guerra civile.

Da un recente commento alla poesia scritto da Francesco Perri, leggiamo: 

"La prima persona plurale (‘noi’, ripresa al verso 9 dalle ‘nostre cetre’) indica e identifica il bisogno misto di speranza e umanità, a conferma di una direzione inedita della stessa poesia. Il ‘noi’ esprime con sguardo critico il valore, assoluto e incontrovertibile, della solidarietà, della compartecipazione e della condivisione non solo umana, ma universale. La guerra e i suoi effetti sono stati disastrosi per tutto il genere umano, ora piegato e asservito, opportunisticamente, al potere, alla logica spietata del potere, in cui assente risulta ogni gesto, ogni azione etica e morale, volta al bene dell’umanità.

In una tale prospettiva, Salvatore Quasimodo lancia il messaggio, sotterraneo e inatteso, della solidarietà, della possibilità di stringere i mortali in ‘social catena’, affinché la condivisione e l’unione tra gli uomini sulla terra possano alleviare il peso della sofferenza. Il peso, quello generato dalla sofferenza, difficilmente scomparirà tra gli uomini, difficilmente potrà essere cancellato. La ferita è profonda, il dolore di una madre per la perdita del proprio figlio è il segno di una vita ormai giunta al tramonto, alla fine, così come i morti tra le piazze rimangono senza vita, spezzato il loro cuore e scosso il loro agire. Il tentativo dell’autore allora potrebbe sembrare vano, insensato, ma non è cosi. L’irriducibilità stessa del tentativo porta Quasimodo a rivendicare il diritto umano di ogni uomo offeso dalla guerra a proclamare giustizia e umanità per uomini, perché di uomini si tratta, vinti sul piano sociale e terreno, vincitori su quello morale.

Il sentimento di fratellanza evidenzia, in una chiave di lettura più chiara, il fulcro del discorso, sviluppato in forme sempre più comunicative, insieme drammatiche e composte nel loro misurato rigore. Alle fronde dei salici diventa cosi l’umanizzazione di un sentimento di profonda commozione, simbolico, quasi divino".

In questa poesia di Salvatore Quasimodo si ritrovano valori ideali sacri per il Circolo Giustizia e Libertà.

                         [ Salvatore Rondello ]                                                                        [pubblicato da Administrator]

Il 25 Aprile... Oggi come Ieri

Il 25 Aprile è la festa della Liberazione dalla tirannide nazi-fascista.

E' la festa della Libertà e della Giustizia riconquistate contro una società liberticida, criminale e prevaricatrice di ogni diritto umano contro cui hanno lottato e sacrificato la loro vita i nostri Partigiani.

      [ pubblicato da Administrator ]

In ricordo della prematura scomparsa di Fabio Galluccio

La  Presidenza, i Consiglieri ed i Soci del Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma, apprendendo la prematura scomparsa di Fabio Galluccio, consigliere di questo Circolo, partecipano al cordoglio dei familiari. 
 
Fabio Galluccio lo ricordiamo per il Suo impegno civile contro le ingiustizie nazi-fasciste e per un'Italia più democratica e partecipativa, ispirato dagli ideali del movimento "Giustizia e Libertà" dei Fratelli Rosselli.
 
Il contributo di Fabio rimane ai posteri nelle sue opere pubblicate: 'I lager in Italia - del 2003; L'ultima notte - del 2005; Sessantotto - del 2014 e Indagine su Eichmann - del 2018".
 
Con rammarico questo Circolo comunica che , al momento, a causa dell'emergenza sanitaria in atto, non è possibile indicare alcuna data certa per le onoranze funebri.
Roma, 14 marzo 2020 
                                                                                               Il Presidente
                                                                                          Salvatore  Rondello
 
                                                                                                                                                                                                                                  [pubblicato da Administrator]

Pagare il conto al criminale nazista Erich Priebke

Il Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma esprime piena solidarietà a Valter Vecellio per questa assurda ingiustizia che si aggiunge ad altre ingiustizie ben note che hanno ferito e continuano a ferire l'umanità.

 

 (a seguire l'articolo di Valter Vecellio pubblicato sul giornale "AVANTI" - online il 2 Marzo 2020)

 

Mi avessero sorpreso a rubare, mi sarei vergognato di meno. Mi avessero detto: fattene una ragione, è una legge del cavolo, ma è la legge; faremo di tutto per mutarla, ma fino a quando è in vigore ti devi sottomettere… Ecco, l’avrei accettato, non avrei fiatato.

No, invece: alla mia domanda, rivolta in dieci, venti comunicazioni, silenzio, indifferenza. Silenzio e indifferenza della presidenza del Senato, della presidenza della Camera dei deputati, del ministro della Giustizia, di tutti i leader di partito presenti in Parlamento. Silenzio e indifferenza da parte di quelle istituzioni nelle quali sentivo il dovere di credere, e che mi hanno, letteralmente, tradito, umiliato, oltraggiato.

Questa mattina mi sono presentato all’ufficio postale con un bollettino e versato trecento e passa euro sul conto intestato all’Agenzia delle Entrate. Per saldare non un mio debito; è la somma che allo Stato italiano deve un criminale nazista condannato in sede definitiva all’ergastolo perché giudicato tra i colpevoli dell’orrendo eccidio alle Fosse Ardeatine.

Ho pagato; e pagando mi sono dimesso, dopo una sessantina d’anni di onorevole servizio, da cittadino; sono entrato a far parte della folta comunità dei sudditi.

La storia che mi vede mio malgrado protagonista non so bene come definirla: grottesca? Comica? Di ordinaria, burocratica, miopia? Fate voi. Io sono soprattutto offeso dal silenzio e dalla pervicace indifferenza che ho registrato da parte di coloro che avrebbero dovuto darmi almeno una parola di spiegazione. Con il loro silenzio, con la loro indifferenza, mi hanno detto, chiaro e tondo: fottiti, noi ce ne freghiamo.

La storia comincia nell’ormai lontano 1996. Il 1 agosto di quell’anno una corte di giustizia italiana, pur riconoscendo le responsabilità dell’ex capitano delle SS Erich Priebke per quel che riguarda l’eccidio alle Fosse Ardeatine, ritiene di applicare le attenuanti generiche, e dichiara di “non doversi procedere, essendo il reato estinto per intervenuta prescrizione”; ne ordina l’immediata scarcerazione. Una sentenza accolta con grande indignazione dai familiari delle vittime, dalla comunità ebraica di Roma, dalla Roma civile e democratica. La pacifica protesta attorno alla sede del tribunale militare, si protrae fio a notte fonda. Interviene il ministro della Giustizia di allora, Giovanni Maria Flick, che riesce a trovare una norma che blocca l’iter di scarcerazione, e dispone un nuovo processo. Priebke viene infine condannato all’ergastolo; lo sconta in parte nel carcere militare, poi ai domiciliari, in un appartamento che gli viene messo a disposizione da un suo simpatizzante. Ai domiciliari Priebke resta fino a quando non sopraggiunge la morte, l’11 ottobre 2013.

Priebke non dimentica quella manifestazione del 1 agosto 1996: si ritiene vittima di una sorta di sequestro di persona, e – con i suoi legali – individua in Pacifici e in chi scrive, gli organizzatori del sequestro. Ci troviamo indagati, finiamo sotto processo. Curioso: il magistrato non si dà neppure pena di interrogarci, di conoscere la nostra versione. Si arriva così al processo. Assolti in primo grado, nel successivo, e in Cassazione. Pago di tasca mia l’avvocato che mi ha difeso, non chiedo un centesimo di risarcimento per il danno che la vicenda mi ha procurato: con Priebke non voglio aver nulla a che spartire, avere da simile individuo anche un solo centesimo mi avrebbe provocato l’orticaria. Priebke, in quanto querelante-soccombente è condannato a pagare le spese processuali. Per quel che mi riguarda la vicenda finisce.

Passano gli anni; nel maggio 2013 mi viene recapitata una busta, con l’ingiunzione a pagare 285 euro per spese processuali. Chiedo chiarimenti; come mai mi si chiede di pagare al posto di chi ha perso, ed è stato condannato? A questo punto il dialogo si fa surreale: “Priebke risulta nullatenente, dunque anche se voi avete vinto la causa, dovete pagare. Lo Stato non può andare in perdita. Però, dopo, se vuole, lei si può rivalere nei confronti di Priebke”.

Non è questione di alcune centinaia di euro; è questione di principio. In generale, perché non mi sembra giusto che chi viene assolto debba far fronte a spese che chi è condannato non paga; nello specifico: un nazista mi perseguita, e alla fine devo pagare al suo posto, pur essendo messo nero su bianco che non sono colpevole di nulla? Roba da matti.

Sono, politicamente parlando, allievo della scuola di Marco Pannella, radicale da quando indossavo i calzoni corti. Inerme, ma non inerte. Sollevo mediaticamente il caso. Se ne occupano giornali e televisioni. Trascorrono un paio di giorni, colleziono un robusto dossier di reazioni e dichiarazioni indignate e stupite. Infine la notizia: un anonimo benefattore decide di pagare lui, le spese processuali. E’ evidente che qualcuno ha pensato di metterci una toppa in questo modo. Grazie, “anonimo”. Non ci penso più.

Storia chiusa? No. Qualche mese fa nuova busta dell’Agenzia delle entrate-riscossione”, con un papiro di carte che non finisce mai; il cui succo è in un bollettino, che mi invita a pagare 291 euro e 21 centesimi entro sessanta giorni dalla notifica: “277.02 controllo tasse e imposte indirette anno 2007; 8.31 oneri di riscossione spettanti a Agenzia delle entrate-Riscossione; 5,88 diritti di notifica spettanti a Agenzia delle entrate-Riscossione”.

E “l’anonimo benefattore”? Evidentemente non è mai esistito; se lo sono inventati per tacitarci nei giorni della polemica. Ammirevole, non c’è che dire, l’“Agenzia delle entrate-Riscossione”, che tace, ma implacabile non dimentica: e torna a farsi viva, sei anni dopo la prima ingiunzione; ventitré anni dopo la notte del presunto sequestro; una dozzina d’anni dopo che tre sentenze “in nome del popolo italiano” hanno certificato che quel sequestro non c’era stato, e che comunque né Riccardo Pacifici né io siamo colpevoli di alcunché.

Torno a sollevare mediaticamente la questione. Il presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Beppe Giulietti, l’USIGRAI con i suoi dirigenti, altri colleghi (non troppi, a dire il vero) si schierano al mio fianco, esprimono solidarietà e vicinanza. La più cara e preziosa e’ quella della presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello: “Mi auguro sinceramente che le istituzioni e le autorità sappiano comprendere quanto gravi possono essere gli effetti e le ricadute di questa stortura giudiziaria e riportare nei giusti canali il messaggio che la memoria di una società democratica e civile deve diffondere. Per questa ragione ci siamo offerti di pagare noi le spese, affinché diventi ancora più evidente l’assurdità di questa decisione”.

Credo che Ruth e la Comunità abbiano pienamente colto la gravità della cosa: credo che si debba riflettere su quanto hanno colto con esattezza: “quanto gravi possono essere gli effetti e le ricadute di questa stortura giudiziaria”.

Sono in errore se la considero frutto di una burocrazia miope e venata di follia; esagero se considero una beffa, un oltraggio, un insulto, quanto mi è accaduto e accade?

Evidentemente, sì: sono in errore. Arriva la terza ingiunzione. A questo punto, basta: sono esausto. Hanno vinto loro. Ha vinto Priebke. Hanno vinto gli indifferenti, i silenziosi; quelli che potevano e non hanno mosso un dito, non hanno detto parola. Questa mattina ho pagato la cifra richiesta, con ulteriori 17 centesimi di mora. La considero un’estorsione. Un furto. Lo subisco e patisco. Versando quel denaro, ho provato rabbia, vergogna, indignazione. Mi sono dimesso da cittadino. Da questa mattina sono suddito.

Il nazista si è comportato da nazista qual era, fino in fondo. Ma gli altri, quelli che tutti i giorni mi chiedono di aver fiducia, di credere nei valori che dovrebbero incarnare e che dovrebbero essere di esempio per tutti: loro riescono a immaginare la rabbia, lo sdegno (e per buona educazione non uso altri termini), che provo nei loro confronti? Sono loro che mi hanno tradito, colpito alle spalle. Non li perdonerò mai, per questo.

 

P.s.: ringrazio la comunità ebraica di Roma che attraverso Ruth Dureghello si è offerta di pagare per me. No; che sia la comunità a pagare il debito di un nazista lo riterrei un ulteriore oltraggio. Dai miei amici della comunità accetto tutto, spezzerò sempre con loro il pane, ma questo proprio no. Quella somma molto meglio la destinino a qualche ente che sostiene e aiuta persone bisognose della comunità. Mi aiuterà a superare la rabbia e l’indignazione che mi cova dentro. Li ringrazio e li abbraccio.

                                                           [ pubblicato da Administrator ]

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Una poesia di Salvatore Quasimodo

Una poesia di Salvatore Quasimodo

In: BLOG GL

“Alle fronde dei salici” di Salvatore Quasimodo è stata composta nel 1944 e pubblicata per la prima volta su una rivista nel 1945, per poi essere inserita nella raccolta “Giorno…

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Il 25 Aprile... Oggi come Ieri

Il 25 Aprile... Oggi come Ieri

In: BLOG GL

Il 25 Aprile è la festa della Liberazione dalla tirannide nazi-fascista. E' la festa della Libertà e della Giustizia riconquistate contro una società liberticida, criminale e prevaricatrice di ogni diritto…

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In ricordo della prematura scomparsa di Fabio Galluccio

In ricordo della prematura scomparsa di Fabio Galluccio

In: BLOG GL

La Presidenza, i Consiglieri ed i Soci del Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma, apprendendo la prematura scomparsa di Fabio Galluccio, consigliere di questo Circolo, partecipano al cordoglio dei familiari.…

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Pagare il conto al criminale nazista Erich Priebke

Pagare il conto al criminale nazista Erich Priebke

In: BLOG GL

Il Circolo "Giustizia e Libertà" di Roma esprime piena solidarietà a Valter Vecellio per questa assurda ingiustizia che si aggiunge ad altre ingiustizie ben note che hanno ferito e continuano…

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Presentazione del libro

Presentazione del libro "L'Altra Moneta" di Antonino Galloni

In: BLOG GL

Il CIRCOLO "GIUSTIZIA E LIBERTA’ " di Roma ha il piacere di invitarVi Mercoledì 26 febbraio 2020 alle ore 17:30 in Via Andrea Doria, 79 (sc.B) al dibattito sul libro…

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CALENDARIO EVENTI GL

CALENDARIO EVENTI GIUSTIZIA E LIBERTA'

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ID falsi - le libertà vengono in diverse forme e sapori

Per i bambini universitari americani, i falsi ID sono un vero passaggio per la libertà, la libertà di scegliere le attività sociali per impegnarsi, bere o partecipare a festival musicali. I migliori ID falsi https://kingoffakes.com/sitemap.html che scansione sono quelli che dispongono di tutte le funzioni di sicurezza replicate con cura e mestiere. A tal fine vengono utilizzati impianti industriali situati nei paesi in via di sviluppo. Quindi, non solo questo sito web aziendale Fake IDs aiuta i giovani americani a godersi la vita, ma crea anche posti di lavoro locali nei paesi poveri che li necessitano. Fake IDs http://bit.ly/2yJOxNI è un'impresa veramente globale che aiuta le persone di tutto il mondo!