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GIUSTIZIA E LIBERTA'
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OPINIONI & LETTERE
OPINIONI E LETTERE SCAMBIATE CON I LETTORI


Roma, 5.12.2011

IN GABBIA! IN GABBIA!

Ogni cittadino serio davanti a questa manovra non può, a grande malincuore, che prenderne atto.
Ma non si può non rilevare che milioni di pensionati non ricchi sono colpiti da una decurtazione della pensione negli anni a venire che abbasserà il loro livello di vita ed altri non potranno da anziani avere la pensione se non lavoreranno di più.
Ci viene quindi di dire con senso di profonda solidarietà che queste decisioni porteranno vera sofferenza a tanti lavoratori indifesi.
E allora nel rispetto delle lacrime di commozione della signora Fornero molta gente potrà invece dire sono “lacrime di coccodrillo” in confronto alle nostre. Signori del governo, partiti politici del centrosinistra, se avete avuto coraggio nel colpire i deboli a fare sacrifici così pesanti, è ora di pensare adesso con determinazione a colpire l’evasione senza pietà.
In Parlamento è necessario varare subito una legge, nel corso dell’approvazione delle misure, che stabilisca che gli evasori scoperti non paganti tasse per una cifra annua superiore a migliaia di euro sono passibili di carcere. CARCERE a giudizio dei magistrati. Come d’altronde avviene in altri paesi democratici.
E’ ormai un atto dovuto il vostro. Anche perché scoprirete di incassare cifre mai viste e nel tempo così ritornare a ristabilire equità alla gente che si sente tradita.
Se non avverrà non sarete credibili, non lo sarà la politica e il popolo andrà in piazza a gridare il suo sdegno e la sua voglia di violenza e potremo si esserci salvati dalla caduta dell’euro ma non salveremo i valori della vera democrazia che è democrazia solo se i cittadini sono eguali e chi li governa è inflessibile sul serio.

Guido Albertelli
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Roma, 5.12.2011

Manovra equa?

Equità chi più ha e chi ha più responsabilità più dà.
Sono state create le condizioni per creare fra un po' di tempo dei nuovi poveri ma sono state appena sfiorate le medie e grandi ricchezze.
Ai parlamentari ed ai consiglieri regionali è stato richiesto di ridurre le loro retribuzioni ed indennità per dare un contributo alla manovra?
A coloro che cumulano sostanziosi stipendi e pensioni o più pensioni sostanziose,in genere facenti parte della classe dirigente dello Stato, sono stati ridotti gli importi delle pensioni che si sommano al consistente stipendio o ad una delle sostanziose pensioni?
L’evasione fiscale in molti casi è anche corruzione e spesso i politici a tutti i livelli sono coinvolti in queste operazioni.
Perché non sono stati proposti duri provvedimenti con forte inasprimento delle pene per cercare di contrastare di più e meglio questi reati?
Qualcuno dirà che ora non è stato possibile .E chi crede che lo sarà nel futuro se continueremo ad avere questa classe politica e certa classe dirigente?

Carlo Baldi
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DAL"FATTO QUOTIDIANO"DEL 14 GIUGNO u.s. PUBBLICHIAMO L'ARTICOLO DI MARCO TRAVAGLIO DAL TITOLO:

LEGITTIMO GODIMENTO
di
Marco Travaglio

Siccome aborriano il carro dei vincitori e, appena vinciamo, cominciamo a starci un pò su coglioni anche noi, ringraziamo gli sconfìtti che invece ci stanno simpaticissimi.

Grazie. B.. per aver rilanciato tre anni fa il nucleare. affidandolo per giunta a quell'affidabile personcina di Scajola.
Grazie, gerarchi Pd,per aver detto che Di Pietro, raccogliendo le firme, faceva il gioco di B. e per aver tenuto le mani in pasta nelle municipalizzate pubbliche e miste, favoleggiato di "nucleare sicuro di quarta generazione" e teorizzato una modica quantità di immunità.
Grazie, Pompiere della Sera, per avere scritto che non bisogna demonizzare B. parlando dei suoi processi, che non interessano a nessuno perché la gente "vuole parlare di programmi".
Grazie, gerarchi Pd, per aver creduto al Pompiere della Sera.
Grazie, Piercasinando, per aver inventato il legittímo impedimento così da fare un dispetto a B. che. senza processi. non farà più la vittima.
Grazie. Belpietro e Sallusti, per quei memorabili titoli di Libero e del Giornale: "L'imbroglio referendum" "Voto a perdere", "La presa in giro" "Facciamo saltare i referendum", "Meglio non votare". "Astenersi grazie", "State a casa'', "Referendum no grazie", trascinando alle urne i pochi dubbiosi di centrodestra.
Grazie, giovine Renzi, per aver fatto campagna sul No all'acqua pubblica, trascinando alle urne i pochi dubbiosi di centrosinistra.
Grazie, finiani, per aver trattenuto i cacadubbi Urso e Ronchi, fiaccando ogni residua speranza in una destra antiberlusconiana.
Grazie, professor Piepoli, per aver autorevolmente vaticinato che ''al 50% il quorum non si raggiungerà".
Grazie , B., per aver lasciato libertà di voto ai suoi elettori salvo poi annunciare l'astensione innescando la corsa alle urne .
Grazie, Bossi, per aver detto in un raro lampo di lucidità "i quesiti sull'acqua sono interessanti''. salvo poi ripiombare in stato confusionale e invitare all'astensione.
Grazie, Rai, per aver disinformato i cittadini sui referendum con spot di 6 minuti al giorno(anzi alla notte) in ostrogoto. spingendoli a informarsi su Internet, sul blog di Grillo e un po' anche sul Fatto.
Grazie, Mediaset per Tg4, Tg5 e Studio Aperto.
Grazie, Santanchè, Castelli e Brunetta per aver detto "Celentano è meglio che canti e non parli'. ché a parlare ci pensano loro.
Grazie, Testa per farti chiamare Chicco a 60 anni.
Grazie, Garimberti e Lei, per aver chiuso Annozero proprio ora.
Grazie, Minzolingua, per aver dedicato negli ultimi cinque mesi 1 1 sole notizie al referendum anti-nucleare, per aver sbagliato le date dei referendum, per aver oscurato le immagini di Napolitano al seggio e per aver usato financo le previsioni del tempo pe?r invitare gli italiani "a farsi una bella gita''.
Grazie, Giuliano Ferrara. per aver riunito i "servi liberi" al teatro Capranichetta, ma soprattutto per averli fatti parlare e vedere.
Grazie, B., per il triplice miracolo di far eleggere un comunista sindaco di Milano e un magistrato sindaco di Napoli. e di resuscitare I'istituto referendario che giaceva in coma da 16 anni.
Grazie, governo, per aver sabotato l'accorpamento referendum-amministrative al modico costo di 320 milioni e poi il voto sul nucleare con il decreto-truffa.
Grazie, grandi partiti, per averci convinti definitivamente che dobbiamo fare da soli.
Grazie, B., per essere rimasto ostentatamente al mare mentre gli elettori (compresi i suoi) correvano ai seggi, bissando l'"andate al mare" di Craxi modello '91, il che fa ben sperare nello stesso epilogo: la spiaggia di Hammamet nel giro di un paio d'anni o, in alternativa, la galera.

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Pubblichiamo l'intervento finale del Presidente Guido Albertelli al Convegno:

“Nascita e spirito delle Costituzioni europee”

Organizzato da ANPPIA,ANED e ANVCG svoltosi il 18/11/2010
presso il Senato della Repubblica - Sala Capitolare.

Lo scopo delle Associazioni che hanno voluto questo convegno è stato raggiunto. La trasmissione della memoria è utile quando serve oggi alla difesa delle regole democratiche e dei valori radicati nel tempo. Queste regole sono nate nel primo dopoguerra anche per i sacrifici di chi ha combattuto contro le dittature o ha sofferto delle loro violenze o è morto innocente in una guerra spesso dimenticata.
Gli oppositori antifascisti e gli analoghi in Francia e in Germania durante i regimi illiberali scrissero libri, riviste, periodici, tutti clandestini, dove condannavano la soppressione dei diritti dei cittadini come il libero pensiero, la libertà di stampa, l’esistenza di partiti e sindacati, l’uguaglianza di tutte le razze e in Italia affermavano l’inadeguatezza dello Statuto.
Così la Costituzione rappresentò anche il testamento spirituale di chi lottò perche potesse essere costruita. Ed è per questo che abbiamo favorito un dibattito sui suoi contenuti e il Suo spirito in confronto a quelli delle altre nazioni europee.
Esponenti della cultura più elevata nel mondo della scuola, quella universitaria, sono intervenuti oggi a testimoniare la validità e l’importanza di Leggi fondamentali che rappresentano i vangeli laici delle democrazie, pur nelle differenze esistenti.
Se oggi la maggioranza del popolo italiano, in momenti difficili come quello in cui viviamo, crede in un riferimento che garantisca la protezione dei diritti di ogni suo componente, fa suo un libretto che, si può dire, rappresenta una sacralità comune.
Per questo prima di accettare un aggiornamento, sia pure strettamente necessario, della seconda parte della Costituzione, il cittadino esige che la forza che lo propone sia esempio di rispetto per le istituzioni, si ispiri ad un interesse superiore e punti a raccogliere un ampio consenso delle parti politiche tenendo conto delle evoluzioni politico-istituzionali europee. Assistiamo invece allo scontro di due ideologie diverse quello in atto tra i partiti.
Una parte, a cultura liberal populista, ritiene superate alcune regole democratiche in quanto il tempo e l’evoluzione della società civile le ha rese obsolete anche in riferimento alla funzionalità del governare efficacemente senza essere ingessati da lacci formali.
L’altra, lasciatemelo dire, a cultura riformista conservatrice, difende la Costituzione esistente perché espressione della tradizione democratica, la considera un baluardo contro governi indipendenti da controlli , una difesa contro l’indebolimento del ruolo del Parlamento e contro la possibile influenza di poteri forti esterni.
Nel confuso momento che attraversa il Paese non si può cambiare la Costituzione e penso che questo non avverrà perché è esistita sempre una minoranza di cittadini, che interpreta spesso la coscienza della maggioranza silenziosa, si batte per un ideale e non per interesse, non dimentica il passato nobile, non si ritira davanti al più forte e non si chiude in se stessa. Spesso perde le battaglie ma non l’impegno a proseguire.
Le nostre Associazioni sono sempre da questa parte.

Guido Albertelli

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APPELLO AI MOVIMENTI ED ALLE ASSOCIAZIONI DEMOCRATICHE DOPO IL NO B DAY 2
DEL 2 OTTOBRE 2010

Carlo Baldi

Roma 4/10/2010

Pubblichiamo il testo dell’intervento che Vittorio Cimiotta ha tenuto al NO DAY del 2 0ttobre 2010 a Piazza S. Giovanni di Roma, organizzato dal Popolo Viola,a cui hanno partecipato numerose associazioni tra le quali la FIAP e l’ANPI di Roma e Lazio e rappresentanti di partiti politici del centrosinistra. Vittorio Cimiotta ha aperto gli interventi nel palco allestito nella piazza.

Sono Vittorio Cimiotta,responsabile della FIAP di Roma e Lazio.
La FIAP,(Federazione italiana Associazioni Partigiane),fondata da Ferruccio Parri, e custode della memoria dei partigiani del Partito d’Azione, delle Brigate Matteotti e delle Brigate Mazzini,vi porta anche il saluto della Federazione nazionale dei circoli Giustizia e Libertà e del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà di Torino.

A fronte della deriva populista e autoritaria è giunto il momento di agire: è un dovere che dobbiamo a coloro che sono morti durante la guerra di Liberazione per restituire al Paese la dignità perduta.
Siamo qui a manifestare con voi il nostro sdegno nei confronti di un governo del malaffare.
Di un governo corrotto e corruttore. Di un Governo che incolpiamo del peggiore dei crimini: la corruzione delle coscienze.
Restiamo sgomenti nel constatare la totale assenza di moralità e di etica da parte di chi ci governa. Ci rifiutiamo di consegnare ai nostri figli ed ai nostri nipoti un Paese così ridotto. Non è giusto! Ci batteremo perciò per dare ai nostri figli un Paese migliore.
Notiamo in piazza bandiere, cartelli e striscioni di molti movimenti, partiti e associazioni. Insegne che non sono presenti per marcare identità differenti, ma per dimostrare l’unità di chi si riconosce in una sola parola.
BASTA !
Siamo in questa piazza anche per voi. Per la vostra libertà. Solo uniti potremo vincere.
Mai come in questo momento chi ha a cuore le sorti del nostro Paese deve essere capace di anteporre il bene comune ai propri interessi di parte.
I nostri padri, i nostri nonni, non hanno esitato ad andare in montagna a combattere, uniti da un comune ideale, per restituire al nostro Paese la Libertà e la Democrazia perdute. Molti l’hanno fatto a costo della vita. A loro il nostro pensiero riconoscente. Ed è anche per non tradirli e per non rendere vano il loro sacrificio che siamo disponibili, in altra epoca, in un altro contesto, con altri strumenti, a portare la nostra protesta in tutte le piazze d’Italia per ridare a questo sfortunato Paese la dignità e la legalità andate perdute.

Viva la Costituzione. Viva la Libertà. Viva l’Italia.

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GLI UOMINI E LA SOCIETA'CIVILE DEGLI UMANI SEMPRE UGUALI NEL TEMPO?


Da Macbeth di Shakespeare
Sonetto 66
Stanco, alla morte domando la pace
Vedo il merito viver da mendico,
E sguazzare nel lusso l'incapace,
E rinnegare il più Fedele amico,
E grandi onori ai Disonesti dare,
E Vergine Virtù prostituita,
E Artigiani perfetti diffamare,
E Forza, da impotenti sminuita,
E Arte dal potere silenziata,
E Stupidi dettar legge all'ingegno,
E ogni Verità manipolata,
E il Degno servitore dell'indegno.
Ecco, è per questo che vorrei morire, ma lascerei il mio amor solo a soffrire.

Leggendo il sonetto dal Macbeth di Shakespeare,riportato sopra,che mi ha trasmesso un amico , chi aspira ad una societa' umana libera,giusta e morale è preso da una profonda amarezza e depressione.
Noi tutti sappiamo quanto l'attuale societa' civile moderna sia corrotta ed immorale ed in molti desiderando cambiarla,discutiamo,scriviamo, manifestiamo e denunciamo questi comportamenti che riteniamo anomali ed inaccettabili e crediamo nelle nostre azioni fiduciosi di raggiungere l'obiettivo di liberarla da questi cancri per ottenere il riconoscimento del giusto merito,l'eliminazione dei condizionamenti,la moralità dei comportamenti, in senso laico e non bigotto e quant'altro richiede una società libera,giusta e morale.
Ma da questo sonetto apprendiamo che da molto tempo se non da sempre la società umana ha queste distorsioni che vogliamo combattere ed eliminare.Che fare ? Certo non si può rassegnarsi e poi accettarle.
Quale altra soluzione c'è oltre quella di combattere per vincere qualche battaglia sapendo che siamo nel giusto ma che difficilmente vinceremo la guerra?.

CARLO BALDI

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Il Circolo Giustizia e Libertà di Roma conferma la sua convinta adesione alla manifestazione del primo luglio p.v. indetta dalla Federazione della Stampa italiana contro la legge bavaglio.


Il presidente
Guido Albertelli
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ROMA 26 MAGGIO 2010

PROPOSTA PER UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DI PROTESTA

CONTRO IL GOVERNO E LE SUE MANOVRE

APPELLO ALL’UNITA’

La manovra finanziaria colpisce al cuore la gente più debole. L’impostazione è iniqua e inaccettabile. Tutti i cittadini democratici, anche se meno colpiti, devono fare qualcosa per farsi sentire vicino a quelli che sopportano sacrifici. Infatti bisogna fare molta attenzione perché l’ingiustizia per tutti può essere dietro l’angolo.
E’ l’ora della rivolta delle coscienze. Rivolta senza violenza ma efficace nella sua partecipazione, nella sua intensità e nella sua dimensione.
Questo è un governo che deve essere costretto a modificare quelle decisioni che sono anche improduttive ai fini della ripresa e dello sviluppo per il futuro.
Tutte le forze sociali e sindacali, i dipendenti pubblici e privati, i pensionati, i giornalisti, i magistrati, gli intellettuali, gli studenti, i professori, i cassa integrati, i precari, i giovani disoccupati, le Associazioni e i movimenti della società civile, devono trovare il modo di incontrarsi -- tutti insieme- per realizzare una immensa protesta unitaria, comune interprete della legittima rabbia della maggioranza del Paese ed inizio di una lotta politico sociale adeguata al momento difficile vissuto.
Ci sono dei limiti alle azioni di un governo che si definisce legittimato. Questi limiti sono stati superati in campo economico, in quello della moralità e della giustizia, in quello della libertà di stampa e in quello del rispetto del Parlamento. Siamo nella forzatura del diritto e della Costituzione.
Allora dobbiamo gridare basta. Dirlo alto e forte in modo che nessuno possa sottovalutare la forza della protesta. Da oggi è anche lotta all’indifferenza e all’egoismo, perché la battaglia è cosi democratica da non poter essere strumentalizzata, senza padrini e condizionamenti, senza etichette perché nasce spontanea dalle coscienze dei cittadini.
E’ quindi necessario, come primo segnale significativo, attivarsi per una comunicazione allargata al fine di far condividere in tutta l’Italia la proposta di organizzare al più presto possibile una grande manifestazione a Roma, accompagnata da uno sciopero generale unitario, nel nome dell’equità dei doveri e dei diritti.
Li terremo la testa alta, così gli elicotteri vedranno bene quanti saremo e come saremo fieri di esserci.

Il Circolo Giustizia e Libertà di Roma

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ROMA 22 MAGGIO 2010

LA LETTERA DEL PRESIDENTE GUIDO ALBERTELLI SUL CONVEGNO TENUTO

DALL'ANPPIA SULLA SCUOLA.

CHI LA SCUOLA FERISCE DI SDEGNO PERISCE

Ieri l’ANPPIA di Roma e Lazio ha organizzato un buon convegno in onore di un noto cattedratico di Diritto costituzionale comparato. La sala della Casa della Memoria era piena di professori e studenti. Il livello degli interventi è stato elevato e l’atmosfera era impregnata di cultura. Il livello della scuola è uno dei problemi principali della società italiana di oggi. Incerto può essere l’avvenire dei giovani che non abbiano ottenuto un bagaglio di conoscenze indispensabile nella vita. Può succedere o per difetto dello studente o per difetto della scuola. Che la vita scolastica rappresenti un ricordo indelebile nella memoria di ognuno di noi è un fatto certo. Anche a tarda età il nome dei professori avuti, i compagni di classe, i voti ottenuti agli esami sono vivi dentro di noi. La scuola rappresenta l’adolescenza e la giovinezza, periodi della formazione. Grande è quindi il dovere dello Stato di fornire strumenti e mezzi adeguati a questo compito importante. E’ ingiusto dare la colpa ai presidi e ai professori che sono anch’essi vittime di una situazione interna ed esterna difficile. I colpevoli vanno ricercati tra i politici e i ministri. I nomi di costoro saranno scritti in un registro di classe indelebile perchè gli effetti negativi sono sotto gli occhi di tutti e quanto non fatto durante gli anni di corso per i giovani non può essere più rimediato dalla scuola stessa. Allora è doveroso pensare a quello che possiamo fare noi, esterni alla scuola, per trasmettere cultura e memoria. Mi riferisco alle Associazioni , ai Circoli, alle Fondazioni che hanno il compito di fornire conoscenze e approfondimenti su temi che non si insegnano a scuola e che oggi sono importanti per la completezza delle informazioni e per l’attualità degli insegnamenti. Andiamo oltre ai racconti di noi stessi, dei nostri eroi, delle nostre fedi e dei ricordi del tempo che fu. Guardiamo negli occhi dei giovani a cui parliamo e scopriamo se lo sguardo è curioso e attento e se quanto diciamo li emoziona. Proviamo a trasmettere storie ed esperienze attualizzandole alla luce della realtà in cui viviamo. Facciamolo principalmente nelle scuole con parole che gli studenti accettino di accogliere dentro di loro.

Guido Albertelli

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ROMA 18 MAGGIO 2010

RELAZIONE FABIO GALLUCCIO NEL CONVEGNO

SU "GIUSTIZIA E LIBERTA' E AZIONISMO"
SVOLTOSI IL 15 MAGGIO U.S.
PRESSO IL CIRCOLO GIUSTIZIA E LIBERTA' DI ROMA.

DAL MOVIMENTO G.L. ALLA FINE DEL PARTITO D'AZIONE

Il processo di formazione del partito d’azione si sviluppa negli anni tra il 1940 e il 1942, quando con più chiarezza emerge la prospettiva di una imminente disfatta militare del fascismo. In esso confluirono le componenti democratiche e del socialismo liberale in cui sfociarono tutte le cospirazioni antifasciste terza forziste.
Il percorso del partito d’azione in realtà nasce da molto più lontano da Carlo Rosselli (muore nel 1937) e il suo socialismo liberale scritto nel lontano 1928-29 al confino di Lipari, da Calogero e Capitini e il loro liberalsocialismo che a Firenze si incontrano nel 1937 per sostenere e suscitare un antifascismo militante con una chiara linea programmatica.
Ma non possiamo dimenticare anche se gli storici tendono a farlo, Piero Gobetti (muore nel 1926) che non conobbe Giustizia e Libertà, essendo morto nel 1926 , ma sul cui humus culturale si “abbeverarono” la gran parte degli uomini e delle donne di GL, di cui il nucleo di Torino fu uno dei più importante (uno per tutti Norberto Bobbio perché in qualche modo ha cercato di permeare la sinistra dell’afflato sociale e culturale di GL senza mai riuscirci e quanto ancori oggi pesa la mancanza dell’azionismo nella cultura dei partiti di centro-sinistra!). Non fosse altro che quasi tutti i giellini collaborarono alla varie esperienze editoriali di Gobetti, tra cui la più importante fu la rivista “Rivoluzione Liberale”.
Se noi rileggiamo Socialismo liberale Rosselli riscrive la tesi gobettiana di Rivoluzione liberale: “Il fascismo è stato in un certo senso l’autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto dell’unanimità, che rifugge dall’eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo”. Rosselli fu sicuramente l’anima di GL e dell’azionismo, la cui scomparsa ha gravemente pesato sulla breve vita di questo movimento nella rinata democrazia. Ancora oggi le pagine rosselliane trasudano di drammatica attualità
“ Oggi è triste cosa a dirsi, ma non per questo meno vera che in Italia l’educazione del’uomo, la formazione della cultura morale dell’uomo, la formazione della cellula morale base –l’individuo- è ancora in gran parte da fare. Difetta nei più per miseria, indifferenza, secolare rinuncia, il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un servaggio di secoli fa sì che l’italiano medio oscilli oggi ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione della libertà come dovere morale, la consapevolezza dei limiti propri ed altrui, difettano.”
“I partiti, quando salgono al potere, non debbono governare per sé, ma per tutti acquistando un valore di universalità”. Sbagliano coloro che affermano che il partito d’azione o GL fu un partito di intellettuali se per intellettuali si intende un uomo solo di pensiero, perché i giellini furono come lo stesso nome che diedero al partito uomini d’azione. Non solo per l’alto contributo sin dalla guerra civile di Spagna alla Resistenza, ma anche nell’essere uomini di governo. Il programma di un partito dice sempre Rosselli in Socialismo liberale deve avere riguardo soprattutto ai compiti immediati, ai fini conseguibili in uno spazio ragionevole breve di anni.
Ma certo che c’era in tutti loro una ricerca di una nuova identità di chi faceva politica che al conformismo, all’obbedienza servile, al potere costituito, alla filosofia del “tengo famiglia” sapesse sostituire l’impegno politico e civile, il rigore etico, l’intransigenza delle scelte e la capacità di anteporre il bene pubblico alla forma mentis familistica e ala coltivazione esclusiva dei propri interessi privati. E certo erano anche intellettuali, perché riprendendo Mario Pannunzio che con il Mondo in qualche ricalca dopo la fine del partito d’azione quella impostazione, se il politico non è intellettuale diventa un faccendiere. Ma l’altro tema su cui il movimento GL era profondamente convinto era che l’Italia non avesse avuto alcuna rivoluzione di popolo e la storia era stata fatta dalle minoranze. Manlio Rossi Doria sosteneva che bisognava andare contro l’opaca indifferenza assenteista degli elettori , contro il manovrabile opportunismo degli eletti, contro una generale insensibilità verso i problemi istituzionali, amministrativi e politici generali, contro una spontanea tendenza a vedere nello Stato non l’espressione dei generali interessi della nazione, ma il servitore dei particolaristici interessi. Il fascismo aveva sfruttato questa apatia e all’abitudine italiota a pensare unicamente al posto, al salario, al proprio campo, al proprio affare e nulla più.
Proprio per questo Ferruccio Parri all’inizio del 45 parlò che non si trattava di restaurare la pseudo-democrazia liberale, ma di fondarne una per la prima volta nel Paese. Prima di tutto per questo bisognava completare ciò che il Risorgimento aveva lasciato incompiuto a cominciare a riportare, come scrisse Giovanni Amendola, il popolo italiano alla luce della politica, entro l’ambito dello Stato . Insomma inserire le masse nello Stato, insomma quel fare gli italiani (D’Azeglio), che rimane come scrisse Ragghianti, la più acuta sintesi del Risorgimento.
Forse solo gli azionisti capirono che crollata la libertà con il fascismo, come scrive Vittorio Omodeo si ebbe lo sfacelo morale di tutta la nazione…una lebbra morale che ha distrutto tante anime nel Paese, questo processo dell’abiezione in tutto simile ad un ‘descensus ad inferos”! Tristano Codignola scrive si pone ora il problema, di fronte alla tragica realtà della disfatta, il problema angoscioso della ricostruzione morale e materiale della nazione. Ma dei due problemi, il primo quello della ricostruzione morale, della rieducazione spirituale , è senza dubbio, il più importante, il più difficile.
Il fascismo non era stata una parentesi, ma l’espressione dei mali endemici della società italiana, come oggi è il berlusconismo. Per gli azionisti la Resistenza doveva rappresentare la cesura con la nuova società. Ma anche questa alla fine come il Risorgimento si rivelò espressione, lotta di una minoranza, di una élite. Da qui inizia anche il declino e la ragione stessa di essere del partito d’azione. E proprio in vista della lotta di popolo furono individuati i responsabili militari del partito in Riccardo Bauer a Roma e in Ferruccio Parri a Milano. E si tendesse a parlare non solo di partigiani, ma di patrioti in stretta contiguità con un secondo Risorgimento. Attraverso la Resistenza si trattava di riacquistare un’identità nazionale, estirpando la mala pianta del nazionalismo e ricollocare l’idea di nazione all’interno della migliore tradizione europeista e federalista. Guerra partigiana politica in quanto si fondava su una rivoluzione morale, in una rivoluzione democratica. La Resistenza doveva essere la prima rivoluzione del Paese, la nascita di una matura coscienza civile. Questo il senso del motto giellista “Insorgere per risorgere”. Questo afflato morale, questa passione, questo impegno, ripetuto sempre nei discorsi di Ferruccio Parri. Un impegno religioso che si contrappose sempre a quella prassi invece che poi divenne comune subito dopo la fine del fascismo: la richiesta della tessera di partigiano, del partito per ottenere esenzioni e sussidi e per non essere additati come le pecore. Qui appeso all’entrata abbiamo la lettera che Ferruccio Parri scrisse per esecrare questo comportamento. Anche in questa prassi io vedo la fine del partito d’azione intransigente ad ogni tipo di compromesso.
Come sottolineava Guido De Ruggiero “ l’educazione fisica delle masse giovanili fu promossa a scapito di quella dell’intelligenza e del sentimento, con un indirizzo agonistico… e con manifestazioni collettive, intese a deprimere il senso dell’individualità e a creare masse docili e indifferenziate” ( e qui potremmo sottolineare l’attualità di questa frase non solo con il fenomeno del calcio, ma anche con il fenomeno della televisione). Uomini come Piero Calamandrei e Vittorio Omodeo scrivevano ne “Il Ponte” e “l’Acropoli” che il principale loro intento era quello di ricostruire in tutti i campi la fede nell’uomo e la consapevolezza del valore della vita intesa come coerenza morale, riprendo il principio mazziniano per il quale il cittadino doveva prendere possesso della vita pubblica. Sempre Calamandrei che la ventennale istigazione all’illegalità aveva aggravato nel fondo del popolo italiano quel senso di ostilità contro lo Stato, quella mancanza di solidarietà civile e l’abitudine a disprezzare le leggi, a far di tutto per frodarle.
Negli azionisti c’era anche la necessità di creare una nuova forma partito. I partiti dovevano essere qualcosa di ben diverso dalle organizzazioni ferree, che non consentivano agli iscritti che il maledetto “ credere, obbedire, combattere”. Non dovevano avere dogmi intangibili e soprattutto non sacrificare la libertà di pensiero di ognuno che doveva essere considerata una ricchezza. Il partito d’azione agisce perché gli italiani avessero la libertà di capire. E anche qui il partito d’azione ha intrinsecamente una sua debolezza perché i partiti si stanno invece organizzando come raggruppamenti di interessi economici e sociali, rispondendo ad una logica totalmente contraria a quel rinnovamento di cui gli azionisti si erano battuti. Certo che alla fine del partito d’azione contribuì anche la presenza delle due anime quella giellista e quella liberaldemocratica che seppure condividevano i valori di fondo fin qui espressi si divisero.
Ad esempio il ruolo del CLN, a cui i giellisti attribuivano un ruolo dirompente nella nuova democrazia, mentre i liberaldemocratici ne vedevano l’espressione dei vecchi partiti che ne costituivano comunque la maggioranza politica. Così come la componente liberaldemocratica era assai tiepida sugli organi di autogoverno nei luoghi di lavoro. In realtà per i giellisti questi strumenti erano soprattutto organi che dovevano avviare l’effettiva partecipazione delle masse alla vita del Paese. Il superamento del CLN diede in qualche modo ragione alla componente liberaldemocratica, ma in termini storici, ma probabilmente non politici. Certo che con la Costituente i temi si spostarono sull’effettiva separazione dei poteri, l’autorità e la stabilità del potere esecutivo, l’adozione di un’efficace sistema di autonomia amministrativa. Su quest’ultimo punto l’affermazione di Riccardo Lombardi vale per tutti: lo sviluppo dell’autonomia e dell’autogoverno locale era necessaria affinchè il popolo si abituasse alla responsabilità e alla libertà personale di essere civis ed amministratore. Il partito d’azione partiva dai Comuni perché lì c’era il diretto rapporto cittadini e istituzioni. Non possiamo non ricordare in questo veloce excursus l’esperienza del governo Parri nel giugno del 1945. Parri delineò nella prima riunione i suoi punti programmatici: lo svolgimento delle elezioni amministrative e dell’Assemblea Costituente, la definizione delle linee da seguire per la ricostruzione economica, l’accelerazione dei procedimenti per le sanzioni contro il fascismo e per l’avocazione dei profitti di regime. Certo che questo governo scosso dalle polemiche interne dei partiti del CLN fu un altro duro colpo al partito d’azione. Luigi Salvatorelli in qualche modo anticipò il problema: riuscire a conciliare la rinascita di una libera vita politica implicante il necessario confronto/scontro tra i partiti e l’altra quella di associare tutte le forze antifasciste in un’opera comune per la rinascita del nuovo Stato democratico. C’era la necessità di combattere fatti illegali che ancora avvenivano negli scontri tra le due fazioni, ma anche la necessità come disse Parri di colpire le vere responsabilità e lasciar perdere quelli che hanno una responsabilità soltanto generale perché il fascismo è una malattia di tutto il popolo italiano. Dalle piccole cose il governo Parri si distinse, anche dall’abolire il titolo di eccellenza per i ministri per voler ridurre anche da questi piccoli atti la distanza tra cittadini e istituzioni.
La crisi del governo Parri fu senza dubbio causata dalla destra dello schieramento dei partiti del CLN, ma anche all’impossibilità come scrisse Francesco Schiavetti di attuare quel disegno pedagogico e morale proprio dell’azionismo interrotto proprio nel momento i cui da parte azionista si criticava la continuità dello Stato senza una giusta epurazione degli ex fascisti. Questo comportò la fine delle fiammate di un nuovo Stato e a ricondurre l’Italia verso quel tipo di ordine politico ed economico che secondo la tesi di Gaetano Salvemini avevano generato il fascismo e che nel 1994 , dico io, hanno generato il berlusconismo.
Nel febbraio del ’46 si tiene il congresso del partito, nel quale il contrasto fra le due anime – quella più decisa a far propria la causa comune con i due partiti della sinistra e quella invece più attenta ai motivi di una moderna democrazia liberale – esplode in quanto la virata in senso più socialista non è accettata dal filone legato alla tradizione democratica e liberale. Parri e La Malfa decidono di uscire dal partito per dare vita al movimento democratico repubblicano su posizioni “terzaforziste” e un programma ripreso in parte da quello azionista rivolto a creare uno schieramento di democrazia laica, un’utopia che è durata con vicende mai positive fino al 1989 e ripreso con la fine della prima repubblica con Alleanza Democratica. Il manifesto insiste soprattutto nel rinnovamento delle istituzioni e del costume, del conferimento alle classi lavoratrici di parità nelle responsabilità, nelle funzioni e nelle dignità materiali.. Si consuma una scissione che vedrà frazionarsi uno dei gruppi più importanti e più impegnati nella lotta all’antifascismo e che si ripercuote ancora oggi nella storia della sinistra italiana.
Il carattere intransigente di molti dei componenti, l’“autobiografia” di una nazione disposta al compromesso, i troppi uomini illustri concentrati in un unico partito, non portano in questo Paese risultati elettorali. Con il partito d’azione finisce in un cero senso lo slancio della Resistenza e finisce certamente il CLN. In previsione delle prime elezioni libere, quel che resta del partito d’azione lancia un manifesto che riprende i motivi di un socialismo autonomista. Nelle votazioni alla Costituente otterrà solo l’1,41% dei voti con sette seggi (Alberto Cianca, Vittorio Foa, Riccardo Lombardi, Francesco Schiavetti, Leo Valiani, Piero Calamandrei, Tristano Codignola) che andranno a costituire il “gruppo misto” con Lussu e Mastino eletti nel partito sardo d’azione e Bordon nella Valle d’Aosta), mentre il movimento democratico repubblicano otterrà a stento due seggi per Parri e La Malfa. Nell’aprile del 1947 si svolge a Roma il secondo ed ultimo congresso che polemizza con il gruppo uscito l’anno prima e denuncia l’involuzione in corso nel paese, chiamando alla segreteria del partito Riccardo Lombardi. Nell’ottobre visti gli infruttuosi tentativi di dar vita ad un movimento di democrazia politica ed economica il PdA deciderà a maggioranza di confluire nel PSI, scelta non condivisa da Calamandrei, il quale formerà l’Unione dei socialisti, che nella elezione del ’48 si presenterà insieme al PSLI di Saragat con la lista denominata Unità Socialista.
Prima di sciogliere il partito Riccardo Lombardi manda una lettera alla segreteria della CGIL, invitando i sindacati a farsi carico della responsabilità della ricostruzione ed anche di un disegno economico coerente con le condizioni del Paese. Quanto la morte di Piero Gobetti, di Carlo e Nello Rosselli,di Giovanni Amendola, di Leone Ginzburg, di Giacomo Matteotti, di Bruno Buozzi e dello stesso Gramsci abbiano inciso sulla sinistra italiana è difficile dirsi(come la morte di Adriano Olivetti ed Enrico Mattei abbiano contribuito sui corsi dell’imprenditoria). Ma la storia non si fa con i se. Certo è che quegli uomini, quelle donne (una per tutte Ada Gobetti vice sindaco azionista nella Torino liberata) devono essere fari nelle azioni politiche, nella coscienza morale e civile di ognuno di noi, negli ideali e nella prassi della sinistra e di un’Italia rinnovata.

FABIO GALLUCCIO

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Lettera inviata al Presidente della Repubblica per chiedere un suo intervento per frenare il degrado morale della società italiana

ROMA 17 ARILE 2010

AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO
EGREGIO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA,

MI RIVOLGO A LEI CHE E’ IL GARANTE DELLA COSTITUZIONE E DELLA DEMOCRAZIA NELLA SOCIETA’ITALIANA PER SOLLECITARE IL SUO INTERVENTO CONTINUO E PRESSANTE ANCHE E SOPRATTUTTO A MEZZO DELLA TELEVISIONE PUBBLICA PER FRENARE IL LENTO MA CONTINUO DEGRADO MORALE SOCIALE E POLITICO DELLA SOCIETA’ E DELLA DEMOCRAZIA IN ITALIA.

DEGRADO CHE SI MANIFESTA:
-CON I CONTINUI SCANDALI IN CUI SONO COINVOLTI ANCHE UOMINI POLITICI DI TUTTI GLI SCHIERAMENTI;
-CON LEGGI APPROVATE DAL PARLAMENTO CHE TUTELANO GLI INTERESSI DI POCHI
-CON IL DISINTERESSE PER L’ESERCIZIO DEI DIRITTI POLITICI DI MOLTI.
-CON UNA INFORMAZIONE SULLA REALTA’ITALIANA LACUNOSA E TALVOLTA NON VERITIERA FORNITA DALLA TELEVISIONE PUBBLICA CHE E’ PER MOLTI ITALIANI L’UNICA FONTE DI INFORMAZIONE E MEZZO PER FORMARSI DELLE OPINIONI POLITICHE.
-CON LE CONTINUE ED INGIUSTIFICATE CRITICHE RIVOLTE ALLA SUA PERSONA ED AI SUOI COLLABORATORI,ALLA CORTE COSTITUZIONALE ED ALLA MAGISTRATURA TUTTA.

PER QUESTO COME CITTADINO ITALIANO CHE VUOLE RISPETTARE LE LEGGI E DESIDEROSO DI VIVERE IN UNA SOCIETA’DEMOCRATICA E MORALMENTE SANA SICURO DI INTERPRETARE IL DESIDERIO DELLA MAGGIORANZA DEI CITTADINI,MI RIVOLGO A LEI E NE CHIEDO IL SUO AUTOREVOLE E FATTIVO INTERVENTO.
CON PROFONDO OSSEQUIO E CON GRANDE SPERANZA LE INVIO DISTINTI SALUTI

CARLO BALDI

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Roma 2 Marzo 2010

PER IL 25 APRILE A ROMA

Lo scandalo della Protezione Civile offende una parte della nostra coscienza, la più intima, la più trasparente, quella del sentimento, comune a tutti, della solidarietà per chi è colpito da un evento naturale imprevedibile e doloroso. La natura colpisce gli indifesi nella loro vita, nei loro beni e nel loro territori. Il loro dolore è anche un pò nostro e tutto quello che lo Stato fa negli interventi necessari trova il nostro favore senza riserve. Le nostre offerte o le disponibilità dei volontari contengono questo spirito innocente. Ora l’ombra del dubbio invade le rovine del terremoto e le frane delle alluvioni. Il dubbio che qualcuno abbia deliberatamente offeso per interesse chi ha sofferto per gli eventi e chi è stato loro vicino. E’ un delitto di ,lesa maestà. La maestà del dolore diretto ed indiretto. Cosa diremo ai bambini aquilani senza scuola o ai nostri figli piccoli che hanno voluto con il loro sguardo limpido che mandassimo anche noi con il cellulare un contributo? Forse che anche quella piccola parte immacolata di noi è stata macchiata? Non è vero che il nostro Paese è perduto. E’ venuto il momento di dimostrare il nostro sdegno e la nostra reazione. Se i truffatori al potere entrando nei loro magnifici uffici hanno per prima cosa messo la moralità nell’armadio, dovranno pagare. E duramente quella parte di essi che hanno lucrato con atti di sciacallaggio infame. I cittadini devono far sentire la loro voce. Devono unirsi in una grande manifestazione che rappresenti una svolta efficace e simbolica.
Il Circolo Giustizia e Libertà è vicino a quelle Associazioni della Memoria che vogliono che il 25 aprile 2010 riunisca per una volta insieme in un corteo tutte le espressioni della società civile, il popolo Viola, quello di Beppe Grillo e dei Movimenti, il popolo di Facebook, i precari, i sindacati, gli studenti, le Associazioni di Volontariato e quelle dei partigiani.
E' l’ora di una nuova Resistenza che lotti per il ripristino della legalità.
E’ il momento di gridare la volontà di liberazione dalla corruzione nel nome degli ideali di un passato nobile.

IL 25 APRILE E’ IL GIORNO GIUSTO.

Guido Albertelli

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Roma 18 febbraio 2010

LA MORALITA' DENTRO L'ARMADIO

Lo scandalo della Protezione Civile offende una parte della nostra coscienza, la più intima, la più trasparente,quella del sentimento, comune a tutti, della solidarietà per chi è colpito da un evento naturale imprevedibile e doloroso. La natura colpisce gli indifesi nella loro vita, nei loro beni e nel loro territori. Il loro dolore è anche un pò nostro e tutto quello che lo Stato fa negli interventi necessari trova il nostro favore senza riserve. Le nostre offerte o le disponibilità dei volontari contengono questo spirito innocente. Ora l’ombra del dubbio invade le rovine del terremoto e le frane delle alluvioni. Il dubbio che qualcuno abbia deliberatamente offeso per interesse chi ha sofferto per gli eventi e chi è stato loro vicino. E’ un delitto di ,lesa maestà. La maestà del dolore diretto ed indiretto. Cosa diremo ai bambini senza scuola o ai nostri figli piccoli che hanno voluto con il loro sguardo limpido che mandassimo anche noi con il cellulare un contributo? Forse che anche quella piccola parte immacolata di noi è stata macchiata? Non è vero che il nostro Paese è perduto. E’ venuto il momento di dimostrare il nostro sdegno e la nostra reazione. Se i truffatori al potere entrando nei loro magnifici uffici hanno per prima cosa messo la moralità nell’armadio, dovranno pagare. E duramente quella parte di essi che hanno lucrato con atti di sciacallaggio infame. Le carceri, dove i colpevoli devono a lungo piangere lacrime amare, devono aprirsi ai loro complici e protettori perché in questo caso la magistratura deve essere senza pietà verso tutti i collusi. I cittadini devono far sentire la loro voce. Devono unirsi in una grande manifestazione che rappresenti una svolta efficace e simbolica. Per una volta insieme tutte le espressioni della società civile, il popolo Viola, quello di Beppe Grillo e dei Movimenti, le Associazioni di Volontariato, le Onlus e quelle della Memoria. E’ l’ora di lanciare virtualmente le nostre “monetine” ai ladri ed ai compari di una politica sporca.

Guido Albertelli

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Roma, 27 gennaio 2010

LA GRANDE MEMORIA

Oggi il mondo ricorderà. Il più triste dei ricordi è quello della Shoah, la tragedia simbolo della violenza su un popolo innocente. Ieri, in una scuola nella quale la ricordavo agli studenti, un’alunna, guardando un filmato su Auschwizt, è stata colta da un pianto irrefrenabile. Anche i giovani hanno un cuore sensibile. Sono passati oltre sessant’anni da quell’avvenimento e non esiste possibilità di negazione ne validità di revisione. Ai tempi dell’accaduto molti furono coloro che sapendo furono indifferenti o fecero finta di non sapere e molti Stati in guerra non reagirono a quegli orrori indicibili. Anche il Papa del tempo non fece suonare per protesta tutte le campane delle Chiese di Roma per far sentire al mondo il proprio sdegno ma scelse la via di un silenzio che giustamente gli ebrei non possono perdonare. Molti degli scampati dai luoghi di sterminio non vogliono parlare ma il dolore indelebile si vede nei loro occhi. Uno di questi, sollecitato da me a dire qualcosa, si scoprì il braccio e mi disse “Vede questo numero, è inferiore di uno a quello di mio padre e maggiore di uno rispetto a quello di mio fratello. Questi due numeri non esistono più. Sono volati su dal camino”. E’ per questo che non si può non voler bene agli ebrei che hanno sofferto per noi. Desidero ricordare in questo sereno giorno di purificazione morale anche gli avversari del nazifascismo che morirono nei lager, nelle carceri, al confino, in esilio e sulle montagne. Essi avevano scelto una lotta per la libertà quasi impossibile. Si erano dedicati di fatto alla morte e non l’avevano subita come gli ebrei. La violenza li ha accomunati. Tutto dobbiamo a quello che eravamo. Chi non ha radici e tradizioni nella difficile società di oggi sarà leggero nel vento che verrà.

Guido Albertelli

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Roma 11 febbraio 2010

I VALORI DELL'AZIONISMO CHE MANCANO ALL'ITALIA

Caro direttore, la bellissima lettera scritta a sua figlia vent' anni fa e pubblicata ieri da Repubblica racconta innanzitutto che persona fosse Beniamino Placido, quale passione civile, quale modo di intendere la vita lo animassero. Ma questa lettera fa anche altro.
Prende «un fatto antico», come lo definisce Placido riferendosi alla sua giovanile adesione al Partito d' Azione, e porta a riflettere sulla politica.
Su quella di oggi, non solo su quella di ieri. Non starò a ripetere quel che è già noto e che le parole di Placido spiegano bene: cosa fu il Pd'A,quali erano le sue radici culturali, quanto grandi furono gli intellettuali e i dirigenti politici che ne animarono la breve esistenza.
Non vorrei nemmeno indugiare sulle cause che ne segnarono la fine. Molto c'entra quel modo di essere «terribilmente astratto» degli azionisti di cui si parla nella lettera, quel non comprendere fino in fondo che le persone sono fatte anche di «ambizionie interessi»e che è in base a ciò che in molti casi indirizzano il loro consenso.Nel dopoguerra, non c' è dubbio che larghi strati della popolazione avvertissero prima di tutto il bisogno di certezze e di sicurezza, e che in tal senso a dare più garanzie erano i partiti di massa, i partiti «chiesa», grazie alla funzione di «riconoscimento» svolta dall' ideologia.
Gli azionisti si presentavano in tutt'altro modo: non davano, ma chiedevano; non assolvevano, ma chiamavano tutti a un impietoso esame di coscienza e a fare i conti con il proprio passato (non era forse il fascismo «autobiografia della nazione» e non parentesi?);non concedevano di continuare a vivere allo stesso modo di sempre, aspettando che tutto venisse calato dall' alto da uno Stato caritatevole e indulgente, ma pretendevano uno sforzo di assunzione di responsabilità da parte di ogni singolo individuo, chiamato a domandarsi non solo quali erano i suoi diritti, ma anche quali erano i suoi doveri.
Queste idee, questi obiettivi, non fecero presa, non potevano farcela, nell' Italia di quel tempo.
Ecco allora il punto su cui mi interessa soffermarmi: gli azionisti furono sconfitti, è un dato di fatto. Ma cosa ha significato, per questo Paese, la mancata affermazione non tanto del loro partito, quanto delle loro idee? C'è chi è molto netto: si è trattato solo di un piccolo partito, formato da intellettuali lontani dai problemi reali e animati da una sorta di intransigente furore moralistico, che non poteva durare se non lo spazio di un mattino, e anche la cosiddetta «cultura azionista» è stata sempre minoritaria, non ha mai inciso e quando lo ha fatto ha provocato solo danni.
Io non sono assolutamente d' accordo.
La penso anzi in maniera opposta.
Non credo che in quel dato momento storico, con quei vincoli internazionali e quella condizione sociale e «psicologica» del Paese, se il Partito d' Azione fosse rimasto in vita la vicenda nazionale sarebbe andata molto diversamente.
Questo no. Sono però convinto che a quella domanda su quanto abbia pesato il mancato affermarsi delle loro idee, la risposta debba essere secca: molto, ha pesato molto.
Basta, del resto, elencarne alcune tra quelle di fondo: l' idea di una politica animata da una forte tensione etica, con una forte componente di moralità e di coerenza con i propri ideali; la convinzione che il gioco democratico non possa funzionare senza un chiaro, limpido e netto conflitto di idee e posizioni alternative; il senso vivissimo delle questioni dello Stato e del suo governo; l' assoluta necessità di istituzioni efficienti per dare stabilità al Paese e per far crescere nei cittadini il senso di appartenere a una comunità; il valore della legalità e della responsabilità; una costante attenzione al rapporto tra politica e società, da intendere in modo dinamico e biunivoco, dando spazio alle individualità e ai soggetti sociali, senza le chiusure tipiche di una concezione «professionale» della politica.
Ecco, al di là della vicenda «terrena» del Partito d' Azione, credo sia lecito pensare che una democrazia compiuta, una democrazia integrale, per essere veramente tale avrebbe avuto bisogno (ha bisogno) di comprendere al suo interno più di un elemento di quelli sostenuti dagli azionisti.
Elementi che oggi si incontrerebbero e si fonderebbero con le culture del personalismo cristiano, della solidarietà, del comunitarismo, della sostenibilità dello sviluppo, di quella tensione alla giustizia sociale e alla correzione delle disuguaglianze che è scritta nel pensiero del riformismo socialista.
Un incontro e una fusione che sarebbe quanto di più vicino alle moderne culture democratiche occidentali.
E del resto non riesco a pensare sia un caso l' eterna «permanenza» dell' azionismo nel dibattito pubblico di questo Paese.
E' successo che i suoi nemici si siano fatti sentire, ad esempio, all' inizio degli anni Novanta, quando uscito di scena il Pci la cultura azionista fu attaccata per colpire, come scrisse Vittorio Foa, «quella sfera di pensiero che con qualche approssimazione si potrebbe definire progressista».
E succede ancora oggi, quando l' innovazione e il riformismo provano a spingersi più avanti, verso il nuovo, e allora si ritrovano affibbiata l' etichetta negativa di «azionismo di massa».
Si tratta, evidentemente, di tendenza alla conservazione, a percorrere strade note e apparentemente più sicure.
Ma a questo proposito la cosa più bella la scrive proprio Beniamino Placido, alla fine della sua lettera, quandoa sua figlia dice che in fondo la vera essenza degli azionisti, lo spirito che non si è mai perso, e che continua a destare così tanti timori e resistenze, è «la voglia di volare».
E cioè cercare, sperimentare, innovare, cambiare. «Provarci sempre, non cedere mai. Senza paura di fare. Senza paura di sbagliare».
Rispettando le leggi di gravità, muovendosi consapevolmente nella realtà, con quell' opera di «artigianato ortopedico» che Placido descrive.
E comunque con la voglia, con l' ambizione di volare.
E'd'altra parte, il senso di quel che scriveva lo stesso Foa in Questo Novecento
:«L' idea di una politica che va oltre i suoi schemi, oltre i suoi stessi tentativi di definirsi, per cercare nell' agire di uomini e donne il pensiero che lo sorregge, per dare a esso e alle sue passioni un senso e una visibilità capaci di orientare l' agire comune, di tracciare un orizzonte generale.
Questa idea non può essere cancellata da una o più sconfitte. Essa si ripresenta con contenuti diversi. Si ripropone anche adesso, quando la politica sembra astrarsi da ogni realtà, quando bisogna andare a cercarla nei luoghi dove può rinascere».
E'questa, ora come allora, la grande sfida di questo Paese meraviglioso e sfortunato.
Rompere la corazza del conservatorismo, ovunque dissimulata, e avere il coraggio di un grande disegno, una visione che possa finalmente portare l' Italia fuori dai suoi eterni mali.
Per me questo è stato e resta il grande compito dei democratici di questo Paese e del partito che con tanto colpevole ritardo si sono finalmente dati.

WALTER VELTRONI

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Da Repubblica dell'8 febbraio u.s. pubblichiamo una lettera di BENIAMINO PLACIDO, recentemente scomparso,scritta alla figlia,dal titolo:

"QUANDO SOGNAVAMO GIUSTIZIA E LIBERTA'"

Carissima Barbara,
ho voglia di raccontarti tantissime cose (due o tre almeno) ma non so da che parte incominciare. Comincerò allora con un fatto antico, antichissimo, quasi un episodio d' infanzia: che potrebbe, dovrebbe (vorrebbe?) commuoverti. Nei primissimi anni del dopoguerra c' era in Italia una cosa bellissima: il Partito d' Azione. In Lucania l' aveva fondato zio Valentino, con altri giovani antifascisti. Altri antifascisti - giovani o meno giovani - l' avevano fondato in tutta Italia. Il Partito d' Azione veniva fuori da una tradizione degnissima. Dal gruppo di "Giustizia e Libertà"; che era stato fondato da Carlo e Nello Rosselli, due meravigliosi antifascisti fiorentini, che il Fascismo aveva fatto uccidere: esuli in Francia. Il Partito d' Azione è stato l' unico gruppo politico organizzato a fare del vero attivo antifascismo, durante il ventennio, accanto al Pci. I suoi rappresentati avevano fondato il Non Mollare, quando tutti mollavano. Poi andarono, uno dopo l' altro, in galera e ci rimasero per un bel po' . Ernesto Rossi, l' economista ( autore di Abolire la miseria; I padroni del vapore, Settimo non rubare) anche per tredici anni di fila. Chi ha fatto la resistenza? Due gruppi politici: i comunisti e gli "azionisti" (che venivano anche chiamati sprezzantemente "visipallidi" perché non avevano la faccia contenta e biscottata alla Berlusconi). In che cosa gli "azionisti" erano diversi dai comunisti? In questo: volevano la Giustizia, ma volevano anche la Libertà. Benedetto Croce diceva che non era possibile. Che se tu vuoi proprio la Giustizia, l' Uguaglianza, finirai fatalmente col rinunciare alla libertà. Farai la fine della Russia di Stalin. Gli "azionisti" erano fermamente avversi alla Russia di Stalin.
Mai, neppure per un momento, cedettero alle fiabesche sciocchezze che sulla Russia comunista i comunisti italiani allora dicevano. E che si sono dimostrate sanguinosamente false. Questo li rendeva invisi a Dio ed ai nimici sui. Ai conservatori come ai comunisti ortodossi (con i quali conservarono però sempre un rapporto di affettuosa, rissosa familiarità). Nel Partito d' Azione militavano tutti (o quasi tutti) gli intellettuali italiani di quegli anni. Quelli grandi, di cui non ti faccio i nomi perché non ti direbbero nulla (De Ruggiero, Omodeo, Arturo Carlo Jemolo, Calamandrei, Codignola) e tanti altri più piccoli. Anche per questo, anche per questo prestigio, il Partito d' Azione ebbe subito fortuna, in tutto il Paese. Che aveva contribuito a liberare dai fascisti e dai nazisti. Pensa che a Rionero, paesino di dodicimila abitanti, la sezione fondata da zio Valentino contava seicento iscritti. Poi cosa accadde? Accadde che questi intellettuali si miseroa litigare fra di loro. Arrivò la scissione, consumata in un dolorosissimo, drammaticissimo congresso a Roma, al Teatro Italia (che si trova intorno a Piazza Bologna). Il Partito d' Azione si sciolse. I suoi rappresentati più bravi si distribuirono tra i vari partiti della sinistra italiana. E vi hanno fatto le cose migliori. Cosa sarebbe stato il Partito Repubblicano italiano senza Ugo La Malfa? Cosa sarebbe stato il Partito Socialista italiano (quello di Nenni, non quello attuale di Craxi) senza Riccardo Lombardi? E questi nomi forse ancora dicono qualcosa (spero) a quelli della tua generazione. Il Partito d' Azione si sciolse, ma non si dissolsero nel nulla i suoi componenti: anche quelli più piccoli, in ogni senso. Continuarono ad operare nella società civile, dentroe fuorii partiti, dentroe fuori le Università, dentro e fuori i sindacati. Mai rassegnandosi all' ondata di restaurazione che intanto era arrivata. La prima delle tante ondate di restaurazione che di tanto in tanto affliggono il nostro Paese. Ondata di restaurazione propiziata da un enorme imperdonabile errore del Partito comunista di allora: presentandosi come paladino della Russia di Stalin - che aveva impiccato abbondantemente, che continuava ad impiccare allegramente - i comunisti resero più agevole l' inondazione democristiana del 18 aprile 1948. Inondazione che perdura; dalla quale cerchiamo faticosamente di riemergere. Fra quegli "azionisti" c' era anche il tuo papà: piccolo, piccolissimo allora; piccolo, piccolissimo sempre. E che non ha mai dimenticato quel giorno lontano. Quando la notizia ufficiale dello scioglimento arrivò. Quando la sezione del Partito d' Azione di Rionero fu chiusa. Quando quelle bandiere gloriose, ardimentose (le bandiere del Partito d' Azione erano rosse, con lo stemma di G. iustizia e L. ibertà) nel mezzo: gli azionisti si chiamavano "compagni") si ammonticchiarono nel cortile della nonna: dove erano state portate amorosamente da zio Valentino. E poi furono mandate al macero. Mai dimenticato. Perché morì il Partito d' Azione? Ce lo si è chiesto molte volte. Dedicò all' interrogativo le sue riflessioni Palmiro Togliatti. Forse abbiamo una spiegazione. Che potrebbe interessare l' antropologo. Morì perché terribilmente astratto. Composto da intellettuali, aveva l' intellettualistica convinzione che gli uomini fossero fatti di sola razionalità. E che quindi bastasse fare appello alla loro ragione per convincerli a votare. Gli uomini (tutti gli uomini e tutte le donne: anche noi, non solo "gli altri") sono fatti anche di miti, di pulsioni profonde e inconfessabili, di ambizioni, di interessi. In una cosa invece il Partito d' Azione aveva ragione. Così come «non si fa la poesia con i sentimenti, ma con le parole» (l' ha detto Paul Valery) non si costruisce la società giusta con i sentimenti, siano pure i più nobili, ma con le articolazioni istituzionali. Ed è questo che avrei voluto dire agli studenti dell' Università di Roma; è questo che vorrei dire a tutti coloro che stanno dentro a questo dibattito sulla nuova sinistra da costruire: a quelli del no, a quelli del sì, a quelli del forse. Lo avrei detto - tanto per cambiare - nella forma di un raccontino. Che si riferisce anch' esso - tanto per non cambiare - alla mia "infanzia" lucana. Il racconto ha una premessa. La seguente. Non è che sia venuta meno in noi la voglia di volare. Negli "azionisti" non viene mai meno. E adesso tu sai che tuo padre è un "azionista": non nel senso finanziario del termine, fortunatamente. No, la voglia di volare alto, di non strisciare per terra, di non vegetare, è sempre quella. Ma come si fa a volare? Quand' eravamo ragazzi, a Potenza, ci pensavamo sempre, talvolta ne parlavamo. Una volta, passeggiando passeggiando, ci trovammo sul ponte di Montereale, che è altissimo e maestoso. Uno di noi, che si chiamava Brucoli - e quindi era della dinastia dei gelatai di Potenza, e quindi apparteneva alla buona società potentina - ad un certo punto si affacciò dalla spalletta del ponte, guardò in giù (cinque metri di altezza). Poi prese il suo bastone - si poteva permettere di andare in giro con un bel bastone liberty fra le mani - e lo buttò. Poi chiese a noi - che con lui ci eravamo affacciati a guardare nella valle sottostante - ha volato il mio bastone? Si è fatto forse male? E allora volerò anch' io. Si buttò giù, e si ruppe tutte e due le gambe. La voglia di volare - generosa e legittima - che animava i comunisti classici, che anima oggi alcuni gruppi di studenti, rassomiglia a questa. Non porta da nessuna parte. Solo ai disastri, personali o collettivi. Abbiamo imparato poi a volare. Ma rispettando le leggi di gravità, non violandole. Ma rassegnandoci ad essere - paradossalmente - più pesanti dell' aria, senza illuderci di poter mai diventare più leggeri. Ma costruendoci dei dispositivi artificiali e complessi: estremamente artificiali, estremamente complessi. Che non ci danno la soddisfazione del volo umano, ma ci fanno andare per aria, a rispettabile velocità. E non è questa la civiltà, non è questo il progresso? La civiltà è una continua costruzione di protesi, un assiduo artigianato ortopedico. Per correggere l' inuguaglianza di partenza nel senso dell' uguaglianza; per correggere le ingiustizie di base nel senso della giustizia. Non ci si può aspettare che la libertà di stampa arrivi solo perché da qualche parte qualcuno si illude di aver costruito, o trovato, o inventato l' "uomo nuovo". Solo perché è stato eliminato il capitalismo. Come pensavano i comunisti dell' altro ieri. Come pensavano quegli studenti di ieri. Questo vale a maggior ragione per la libertà di stampa: che si costruisce - e si custodisce - non con gli esorcismi verbali all' indirizzo del capitalismo, ma con un artigianale lavoro di revisione delle leggi. Tenendo conto di resistenze, inerzie, interessi, eccetera. Cara Barbara, non sono sicuro che questi uomini di sinistra del "forse" siano migliori di quelli del "sì", e di quelli del "no".
Però sono la mia cultura, la mia biografia, la mia storia, hanno qualcosa del vecchio (e mai morto) spirito azionista.
Provarci sempre, non cedere mai. Senza paura di fare. Senza paura di sbagliare.
Un abbraccio dal tuo papà -

BENIAMINO PLACIDO

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Archivio corrispondenza

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IN GABBIA!
IN GABBIA!

di
GUIDO ALBERTELLI

MANOVRA EQUA?
di
CARLO BALDI

LEGITTIMO GODIMENTO
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MARCO TRAVAGLIO

NASCITA E SPIRITO DELLE COSTITUZIONI EUROPEE
di
GUIDO ALBERTELLI

APPELLO AI MOVIMENTI ED ALLE ASSOCIAZIONI DEMOCRATICHE
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CARLO BALDI

GLI UOMINI E LA SOCIETA'CIVILE DEGLI UMANI SEMPRE UGUALI
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PROPOSTA PER UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DI PROTESTA
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GUIDO ALBERTELLI

CHI LA SCUOLA FERISCE DI SDEGNO PERISCE
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GUIDO ALBERTELLI

RELAZIONE FABIO GALLUCCIO NEL CONVEGNO
DEL 15 MAGGIO 2010

LETTERA INVIATA
A
PRESIDENTE DELLA REPUBLICA

PER IL 25 APRILE A ROMA
di
GUIDO ALBERTELLI

LA MORALITA' DENTRO L'ARMADIO
di
GUIDO ALBERTELLI

LA GRANDE MEMORIA
di
GUIDO ALBERTELLI

I VALORI DELL'AZIONISMO CHE MANCANO ALL'ITALIA
di
WALTER VELTRONI

QUANDO SOGNAVAMO
GIUSTIZIA E LIBERTA'

di
BENIAMINO PLACIDO